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La Piccola Città: Maria Angelona

Imponente da creare timore e soggezione in noi alunni della media Manzi, il professor Agueli si aggirava per il corridoio a controllare se le classi erano coperte, per firmare qualche giustificazione. Lo ricordo sempre in doppiopetto grigio con i suoi occhialetti, gentile e comprensivo. Una sorpresa per noi, da non crederci, perché ben altro era il rapporto col preside e alcuni professori. Il professor Michele Agueli, il vicepreside della Manzi, l'ho ritrovato molti anni dopo in una foto in bianco e nero ben incisa, scattata nel dicembre del 1960, in Comune da un fotografo professionista.

Allora quello era un mestiere e non giravano scatti rubati da telefonini e istantanee raccapriccianti per inquadratura e qualità. È la foto della giunta del Fronte Popolare, PCI-PSI, che governava la Piccola Città. Governava. A rivedere quella formazione mi vengono i brividi, e non posso fare a meno di paragonarla alle miserie moderne e contemporanee della casa del balilla e dintorni, senza nominare, per non offendere il Sindaco Renato, l'aula consiliare a lui intitolata. Nella foto da sinistra a destra ci sono Massarelli, Arcadi, Masaracchia, il sindaco Pucci, appunto il prof. Agueli, Izzi, Piendibene e Fernando Barbaranelli. Pensate un po'! Un'inezia della cultura dell'umanità del lavoro, in posa davanti al fotografo con alcuni dei protagonisti un po' a disagio verso l'occhio indiscreto. Cari amici vicini e lontani, la mia non è la logora litania del bel tempo che fu: la bilancia dell'orafo dà il valore assoluto. Quelli erano tanti carati, il presente getta sul bilancino granelli, solo granelli senza valore. Ho incontrato nuovamante, qualche giorno fa, il professor Agueli in un quadretto, scritto in punta di penna, come si diceva una volta, dissacrante e gioioso. È fra le chicche che si possono leggere nelle pagine dell'"Antimurale" di Espartero Melchiorri. Prende di petto, come si diceva nella Piccola Città, la fin troppo mitica Camporsino, che il prof. conosceva e ricordava molto bene, perché ci aveva fatto le elementari. Il linguaggio raffinato e ricco di sfaccettature ironiche conduce il lettore passo passo in quello che poi altro non era che un cortiletto buio e angusto. Il prof. parla dell'"arco di squisita architettura preistorica: unico segno di civiltà moderna" che si trovava al suo ingresso, e del vicino vespasiano, messo lì come "un'ombrelliera". E poi si inoltra nella "piazzetta tutta selci", così sconnessa e perciò "adatta alla cura dei calli". Prosegue e guida il lettore "in fondo a destra" dove "una porta da cantinone racchiudeva la scuola: due aule, prima e seconda elementare, ricche d'umidità e di funghi". Un piccolo chiostro circondava un campicello coltivato dove, a volte, gli alunni facevano ricreazione. La ricostruzione del prof. non manca di citare, fra la sporcizia che richiama al presente romano a cinquestelle raggi, la presenza, come nel presente romano a cinquestelle raggi, di "sorconi neri da chiavica, che sventravano qualunque tipo di gatto". Che dire di questa mitica Camporsino un po' ridimensionata e dell'esercizio fasullo della memoria del bel tempo che fu, che non fu sempre bello? Questa era la Piccola Città dell'anteguerra, come ricordavano altri due personaggi che guardano l'obiettivo del fotografo di cui sopra: Fernando Barbaranelli e Nino Massarelli. Questa piccola parentesi fra la Prima Strada e il marciaronda sul porto, fu spazzata via dai bombardamenti, e si può locallizare soltanto spostando con la mente le nuove costruzioni. Qui, ricorda ancora il prof. Agueli, era possibile seguire l'andirivieni verso il vespasiano dei "poveri figli di cinesi", eroi del lavoro che "per guadagnarsi la strozza..., venivano dalle nostre parti a vendere impicci e gabbadonne a una lila il pezzo". Come dire vu gumbra, extracomunitari di allora e di sempre. Un lila anteguerra, un euro negli anni duemila con la differenza che gli occhi a mandorla, senza voler offendere nessuno, che l'alunno di seconda elementare Michele Agueli vedeva aggirasi attorno al vespasiano, erano un tocco esotico, una realtà marginale in quella Piccola Città. Nell' attuale quella che gli esperti definiscono società multietnica si sta diffondendo e, soprattutto, mettendo radici, come nella storia dell'albero, della quarcia, che ci rappresenta e che ha tanti rami cresciuti per le energie viatali di chi è venuto da fuori. E così mi capita di immergermi in questo minestrone etnico, sostanzioso e saporito. È come stare in vacanza, in qualche paese lontano, magari esotico, magari un po' primitivo, comunque diverso e stimolante rispetto alla realtà in cui sono vissuto per tanti anni. E se vado in via Montanucci incontro il macellaio rumeno con bottega e clienti di tutte le razze, per non dire della Baccelli in cui cammino ogni giorno. Per farla corta, dagli egiziani della frutta e verdura che si sono installati dove il pasticcere Belfiore per tanti anni diffondeva nell'aria profumi e delizie care al palato, ai cinesi dell'emporio bazar dove, per chi lo ricorda, negli Anni Sessanta, non senza polemiche e ostilità, furono aperti i Grandi Magazzini, di fianco alla pompa di benzina di Moscatelli. E poi i kebab uno e due, gli alimentari indiani da poco aperti al posto di quelli rumeni, vicino al bar Giacomini che con i suoi frequentatori e quelli della vicina sala scommesse, compresa la pompa di benzina che fu di Finimondo, si integra in questo piccolo mondo che fa venire in mente terre lontane. E tu, in questa realtà che è diventata quotidiana, sei uno di loro. Che dire delle battute simpatiche delle anziane signore con i giovani fruttaroli orientali? Che dire del mio primo taglio di capelli in terra straniera. Un viaggio in India, in Bangladesh e mi fermo alla botteguccia con i piccoli lavandini, i grandi sedili e gli specchi alle pareti. Mi attraggono la musica e due ragazzi, veramente belli e con un sorriso bianchissimo. Mi siedo e il più giovane inizia il suo lavoro con grande cura e attenzione. Tutto in silenzio. Lo sforbiciare studiato, il pettine che corre sulla scarsa chioma e poi il rasoio finale con un lungo massaggio che non mi aspettavo. Un sicuro arrivederci alla prossima volta per la cordialità e il mestiere. Ritorno sulla Baccelli con la ricevuta in mano, felice e rivitalizzato da questa nuova linfa. Dai tempi dell'adolescenza del barbiere Agostino di corso Marconi, a quelli più maturi del mitico Fernando all'imbocco di via dell'Ottimo Consiglio, dal silenzioso e scrupoloso Dino di Campo dell'Oro sono approdato qui. Peccato che in questo turbinio di nuove energie la Piccola Città arranchi e, come diceva nel suo quadretto mordace il prof. Agueli, abbia fatto la fine di Maria Angelona, una prosperosa e bella donna di piacere che aiutava tutti e che finì in meseria, sola e dimenticata.

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