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La Piccola Città: le frittelle

Rigonfie, invitanti con il loro color marrone sigaro toscano, la forma irregolare, e profumate. Non ho resistito: con le solite ciabattine, perché, dicono, la mollica fa male, mi sono regalato, al forno sotto casa, un po' di frittelle, quelle di san Giuseppe. Alla fine, ne ho mangiata solo una, lentamente con le narici spalancate e le papille gustative a mille, perché a casa dicono che i fritti fanno male. Meglio di niente.

Tutto al forno, latte senza lattosio, biscotti senza l'olio di palma e zuccheri aggiunti, formaggi senza grassi, acqua rigorosamente liscia e qualche sorsetto, al massimo al massimo, di coca cola zero. Vedure verdure verdure, frutta che vuol dire mele e poco più, carne poca o punta, pesce pesce pesce. Integrale: tutto integrale e, magari, senza glutine. È il viatico della salute che vedo praticato da molti; al punto che per gustare un paio di acini d'uva, due tre ciliegie, dare un morsetto a una merendina, a un kinder ti devi nascondere in bagno e tirare lo sciacquone. Naturalmente niente fumo, niente vino e compagnia cantando. Questo per dire che va tutto bene, che la salute prima di tutto, che i tempi delle cucine, piccole e strette, intrise dell'odore dei fritti, del baccalà con le patate, dei broccoli, dei sughi erano altri e diversi e ora si campa di più, magari con gli armadietti stipati di pillole e le giornate ritmate dalle ingurgitazioni di pillole e relativo sorso d'acqua. Ma, ogni tanto, lo spiritello del passato della lonza con la pizza di pasqua, della zuppa di pesce, delle lumache affogate nel sugo denso, fa la sua comparsa tentatrice, come per le frittele di san Giuseppe, appunto frittellaro. Non ho notizie se, come fino a qualche anno fa, i nonari, deportati a Campo dell'Oro, rinnovino la festa che onorava il calendario delle tradizioni popolari della Piccola Città. Ma san Giuseppe alla Nona rimane nella memoria. Il caseggiato, il cortile, il castello del popolo lavoratore era tutto una festa. L'altarino col santo con i fiori della primavera, i balconi su cui si affacciavano le abitazioni infiorate da ghirlande di fiori, e poi nell'angolo opposto all'androne la friggitoria e le frittelle, calde calde con la matriarca Fiammetta che raccontava del vicino lavatoio e della rivalità con "quelli" della Settima. Come riferimento toponomastico ritrovi la Nona e, magari, una pizzeria, ma il suo popolo non c'è più, sfollato per la ristrutturazione del caseggiato; al posto del lavatoio c'è l'alveare che tocca il cielo. San Giuseppe lavoratore, però, non è stato rimosso, sfrattato come i nonari, è perfino più popolare, perché i sapienti mercanti del consumismo gli hanno appioppato la festa del papà con bottiglie di cognac con marchio esclusivo, almeno ricordo all'esordio di questa nuova data da celebrare e non dimenticare; e c'è il lavorio delle maestre perché i loro allievi donino al caro papà qualche simpatico oggettino fai da te. Senza dimenticare, come per le altre feste comandate, le donne, le mamme, un'imbarcata generale verso le tavole fumanti di trattorie e pizzerie. Dimenticavo messaggi e messaggini, facebook e dintorni che, credo, anche per questa festa saranno intasati. Ma va bene così, e mi va bene, perché, anche se l'amico Francesco si è fatto fuori gran parte del bottino frittellaro, del dolce sapore del riso mi è rimasta una bella palletta invitante, che ferma il tempo e allontana ogni malinconia dei ricordi che, propri di questi giorni, sono invitato a rinfrescare per una rievocazione. San Giuseppe, patrono dei lavoratori, il 1° maggio della Chiesa, e un papa, sicuramente il più amato dell'era della comunicazione e dei viaggi - e che papa ! - proprio trent'anni fa fece il grande onore di visitare la Piccola Città: il porto, le centrali Enel, come dire la celebrazione del mondo del lavoro. Sembra ieri, o l'altroieri, ma sono passati così tanti anni. Che ricordo? La contentezza perché la storia aveva bussato alle nostre porte. Un papa nel porto di Roma mancava da più di un secolo, centodiciannove anni, e l'annuncio della scelta di Giovanni Paolo II diede uno scossone all'orgoglio cittadino. Come quando in famiglia si tirano fuori dai cassetti il tovagliato buono, le posate d'argento, i bicchieri di cristallo, e forno, fornelli vanno a pieno ritmo. E poi il vestito buono, i fiori, la bottiglia di spumante riservata per le grandi occasioni. Gli abitatori della Piccola Città ce la misero proprio tutta, sindaco in testa, tutti a fare le pulizie di pasqua. Vennero sistemate strade e marciapiedi, rintonacati e imbiancati alcuni muraglioni lungo il percorso del corteo papale. Tutto in ordine con l'occhio teso al campanello di casa e, nel caso specifico, con l'orecchio e lo sguardo rivolto al cielo per individuare il momento magico dell'arrivo dell'elicottero del ponteficie. E poi tanta gente festante, e tanta commozione. Mentre il tradizionale e simpatico vento che tutto scuote dava un tocco realistico, tutto il piccolo mondo della Piccola Città visse, per un giorno, per quel san Giuseppe, la favola bella. Il sindaco con la fascia tricolore, il papa sorridente. Le immagini conservate, manco a dirlo negli archivi di TRC, raccontano questa giornata indimenticabile, che segnò uno dei momenti più alti di aggregazione e di senso della comunità. Fu una giornata faticosa per il papa dei viaggi e del coraggio, non trascurò niente: una parola buona per tutti, di speranza. Riguardo le immagini e i servizi di TRC: di un papa che non c'è più e con lui di una Piccola Città che non c'è più. Le telecamere della diretta televisiva inquadrano le navi della Tirrenia, i traghetti delle FS, e le centrali Enel, il più grande polo energetico d'Europa. Altri tempi, e tanto lavoro che non c'è più. Lascia l'amaro in bocca l'appello nel saluto del sindaco Barbaranelli al pontefice in cui si parlava di crisi del lavoro. Tutto vero, tutto giusto: la Piccola Città, in fondo, non ha mai navigato nell'oro e già allora si sentiva lo scricchiolio delle travi dell'economia cittadina. Ora siamo alle macerie, il tetto è venuto giù e si è portato appresso muri e tramezzi. Chissà se la visita del papa riuscirebbe a dare una bella scossa, a ricreare quella solidarietà che si è via via impoverita, fagocitata dal rancore e dall'ingiuria, dal sospetto a prescindere. Cerco conforto nella frittella che mi sono inguattato, nascosta ai divieti famigliari. Mi serviva per rimettere in circolo un po ' di buon umore e, soprattutto, la convinzione che serve per andare avanti con TRC Telecivitavecchia, in tempi difficili. Qui, nonostante la crisi, non si sono persi i valori della diretta che, puntualmente, ci vide impegnati al servizio della comunità della Piccola Città. Son quasi quartannni che siamo qui con voi e continuiamo a crederci con grossi sacrifici personali e delle famiglie, senza paracadute di seta e organizzazioni con sigla a rimorchio. Se verrà, TRC e i suoi ragazzi sono pronti ad accogliere, come si deve, il papa, come trent'anni fa.

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