Per visualizzare questo elemento è necessario Flash Player.
Unicef
Guardia Costiera

La Piccola Città: vacanze romane

piccola cittaTu metti, magari guancia a guancia per un selfie, un cinese un nigeriano uno svedese, e va da sé che si tratta di tre persone di origine diversa. Eppure, sui banchi del liceo, si distingueva benissimo l'autoctono civitavecchiese dall'immigrato a ore, di lezione, che scendeva con la corriera da Tolfa o Allumiere. Ma, a parte qualche sciocco bee pecorellesco, eravamo tutti insieme appassionatamente e scanzonatamente a divertirci fra versioni, correzioni, interrogazioni.

Questa stessa diversità si avvertiva negli anni dell'università, a Roma: magari eravamo più bravi, seguivamo con più attenzione i seminari, ma i romani avevano qualcosa di diverso. Erano di città, e tu venivi dalla provincia con l'accelerato; si sentiva nell'aria che eri appena arrivato a lezione col fiatone, dopo il lungo percorso a piedi per via Marsala, Castro Pretorio con l'aquila del ministero dell'aeronautica e la visione funesta della Minerva. Non venivamo dal paese con le cioce e la pagnotta sotto braccio, ma era lo stesso: i romani un po' te lo facevano pesare, e spesso anche qualche professore, dopo aver aperto il libretto con la tua provenienza ben impressa, ti scrutava in un certo modo. Forse era solo un'impressione, una sudditanza psicologica, che da tempo vivo alla rovescia. Hic manebimus optime: lo chiedo in prestito al Tito Livio dell'esame di latino con lo sterminatore Paratore, intanto per cambiare il tempo del verbo al presente e poi per ribadire il concetto che nella Piccola Città ci vivo bene, è Roma quella diversa, paesana e burina. Dici: e il Colosseo e compagnia cantando? Quella è la cartolina e poi c'è la monnezza, ogni metro quadrato di muro insozzato, le macchine in quarta fila, il lungotevere stile favelas. E dunque, va bene la diversità provinciale e mi vanno benissimo le quattro strade della Piccola Città. Ma c'è in famiglia chi è stato folgorato e ha messo su casa a Roma. Così si va in parenti, come dicono al nord. Nemmeno un'ora di macchina da portone a portone, una bella camera con bagno nuovi di zecca a disposizione, visita parenti con giro turistico. Una due tre volte e poi ti viene la tentazione, provare lo sballo: una domenica, da mane a sera, in un mega centro commerciale. E così passi un bel po' di tempo in macchina sul GRA, arrivi in un parcheggio sterminato che bisogna ricordarsi bene le coordinate e, magari, lasciare i sassolini della favole, e poi la full immersion. Un su e giù continuo di scale mobili con rischio asfissia, spallate e contrasti da cartellino giallo, carrozzine che ti passano con disinvoltura sulle scarpe. File dappertutto. Tutti di corsa, da una vetrata scorrevole all'altra, senza sosta. Carrelli stracolmi, come i gloriosi Mas, lanciati all'impazzata. E ti capita la fortuna che nel piazzale in cui si incrociano le varie scale mobili sia in corso un concerto di pischelli che, mi dicono, sono gli idoli delle adolescenti. Ti fai largo fra le suddette, urlanti saltellanti fotografanti con telefonino in una bolgia infernale. Stringi al petto il sacchetto con le due cose che ti eri ripromesso di comparare. Finalmente, scocca l'ora del pranzo. Alle due ci mettiamo in fila. Stai lì, in piedi nello smadonnamento corale un'oretta e mezza, allungando il collo come tanti struzzi, nella speranza che qualcuno abbia finito di fagocitare hamburger e bisteccone con patatine fritte. Crolli al tavolo, sfinito, nella snervante attesa di qualcuno che ti riporti in vita. Ma non è finita, perché c'è da fare un altro paio di giretti: una chilometrata qua e là, senza contare la macchina che sta come da via Cencelle alle Quattro Porte. Un'esperienza da farsi secondo mia moglie, che si è ripresa un paio di giorni dopo. Il carosello si è ripetuto per le feste, dai parenti e dai parenti dei parenti a Roma. Arrivo anticipato con ricerca parcheggio e macchina lasciata su marciapiedi a un chilometro dalla casa delle celebrazioni. Nessun problema perché qui, Raggi o non Raggi, è usanza, ci può stare. Il bello viene dopo, all'ora, presunta, di cena. I parenti in arrivo comunicano via cellulare che è da mezz'ora che girano e non trovano posto. Si immola il più giovane della compagnia. Dà il cambio ai due naufraghi che guadagnano affamati il tavolo e con noi iniziano il cenone. Nessu segnale di vita del giovane salvatore. Scende in pista una seconda persona che ha già mangiato l'antipasto, riesce a individuare l'auto e si alterna alla guida. E così, di seguito, il cenone va avanti fra un boccone un brindisi uno scusate scendo a fare un giro, fino a che una coppia del caseggiato è costretta a lasciare libero il suo posto, per raggiungere alla svelta il pronto soccorso perché a qualcuno il cenone è andato di traverso. Da non credere, ma è vero. Ed è vero pure che quando, dopo il white christmas a Roma Capitale, la nostra macchinina è uscita dal tunnel autostradale e abbiamo visto la Piccola Città, accarezzata dal sole invernale, ebbene sì, io e la mia consorte non abbiamo potuto trattenere qualche lacrima. Di felicità.

Social

Facebook Twitter YouTube RSS Feed

Cerca nel sito

Videogiornale
Streaming TRC
banner
banner
Aeranti Corallo

Artimediali - Web Design & Graphics - Creazione siti Internet
Realizzazione siti web