Per visualizzare questo elemento è necessario Flash Player.
Unicef
Guardia Costiera

La Piccola Città: la farina

piccola cittaSe sei riuscito ad abituare amici e parenti che del tuo compleanno, e tanto meno del tuo onomastico, dell'anniversario di matrimonio, importa poco o nulla, e preferisci festeggiare quando ti va a genio, ci sono scadenze a cui non riesci proprio a sottrarti. Le feste comandate. Così cerchi di resistere in qualche modo, ma non puoi sfuggire all'onda mediatica che ti assale, e non ti molla, da fine novembre alla befana.

Panettoni di tutti i tipi con la sorpresa, come le uova di pasqua: farciti all'ananas, alla crema di marroni, alla pera, come quello che mi è stato regalato. Spazzati via Motta e Alemagna, l'uvetta e i canditi. È il Natale aggressivo e rampante delle piramidi di dolciumi, specialità, delle confezioni regalo dei supermercati. Tutto bene. Tutti contenti con il carrello stracolmo. Potrei fare una classifica di merito sulla capacità, la maneggevolezza, la pulizia dei carrelli dei vari supermercati, e posso dire che spesso sono sottovalutati: "Se proprio vuoi prenderlo...; tanto basta il carrellino". Che poi non basta e bisogna tornare indietro. Va bene così, nello sgomitamento generale, nell'autoscontro dei suddetti carrelli lanciati verso la cassa appena aperta. E va bene pure che gli spaghetti col tonno del cenone siano stati giustamente soppiantati dalle aragoste, che l'anguilla accappionata sia stata cancellata dal più nobile salmone e dai crostini al caviale. Siamo ricchi! E ci piace proprio tanto. Mettete i regali. Una volta ne uscivi esausto, sopraffatto dalle tante idee che ti passavano per la mente, dalla ricerca febbrile che spesso ti portava a Roma per un'intera giornata. Adesso accompagni, sempre che lo voglia, il destinatario sul posto, magari nella prima settimana di dicembre perché sennò non si trova più niente; il tuo compito, il gusto del regalo si riduce alla carta di credito infilata nella bocca della verità di una cassa. E per i regali di famiglia, ci sono i pacchi dono già pronti. Ma quale cellophane che si spiegazzava tutto, nastri difficili da annodare, ceste con la paglia che finiva dappertutto, la bottiglia di spumante che ondeggiava pericolosamente. Confronti un po' i prezzi, afferri lo scatolone multicolori, lo piazzi di traverso sul carrello: i tagliolini della nonna, i funghetti del contadino, il panettone dei frati, la bottiglietta dell'olio di frantoio stanno lì, buoni buoni. E ti sei levato il pensiero. Tutto bene. Se non fosse per la farina. Voi vi chiederete: "che c'entra con i pacchi regalo?". Non c'entra proprio. È che, se cerco di sottrarmi all'ubriacatura delle feste, non posso fare a meno del presepio. Ogni anno proclamo ad alta voce che non lo farò, anche se sono sicuro che in famiglia, come per altre molte mie solenni enunciazioni, non c'è il giusto pathos, l'attenzione al pronunciamento fatidico. Mi sembrano un po' distratti. Nessuno cerca di dissuadermi. Non se ne curano proprio. Anche per questo, il giorno dell'Immacolata, da che mondo è mondo, tiro giù dagli scaffali del garage i pesantissimi sugheri che sono la base della costruzione. E poi, come ogni anno, mi metto al lavoro. È un grande piacere innalzare verso il cielo, rigorosamente di carta turchina, le rocce di sughero, collocare la cascata, distribuire le luci. Anche perché, pur rispettando le norme urbanistiche, non mi devo imbattere nelle sanatorie, nelle mappe catastali, nei cavilli; e poi i fuochi sparsi fra il vellutino del mio presepio sono ecosostenibili, non inquinano e non devo, magari, aggiungere un banchetto coi pastori che raccolgono le firme per un referendum del no. Proprio questa mano libera crea ogni anno un mondo diverso, attorno ai preziosi pupazzi comprati, qualche tempo fa, da Bartolozzi e fabbricati da un artigiano siciliano. Quest'anno nel mio presepio c'è un bel po' del paesaggio di san Francesco, ma ci sono anche i tufi della Palestina e, sulle cime, i monasteri russi con i pezzi dei mercatini di quelle parti. Il presepio mi è proprio venuto bene, e mi piace. Ma nel mio intimo, soprattutto la sera, sorge il dubbio che manchi qualcosa. "Ce la metto la farina sulle rocce?". Una bella spruzzata di neve darebbe un tocco di poesia, ricorderebbe i presepi che facevo da ragazzino col laghetto di stagnola, lo specchietto nella grotta, il vellutino di zia Rosa di Tolfa, le montagne fatte con la carta dei sacchetti di cemento del cantiere. Così, mentre tutti si scalmanano nello shopping natalizio, arrivo alla cassa del supermercato con il pacchetto di farina last minute. Una signora, sorride e mi cede il posto. Forse ha capito. E questo mi rende felice, davvero. Per dire che basta poco. E per dire che ci vorrebbe un mondo come il presepio: tutti in pace, al loro posto. L'acqua che scorre, il vellutino che accarezza le statue, i fuochi delle lampadine eterne, la farina sulle rocce di sughero, i re magi che, giorno per giorno, avvicini alla grotta con la cometa di porporina. Mentre li sposto ho fatto una pensata che tengo per me, per evitare ostili allarmismi: l'anno prossimo faccio il giorno e la notte.

Social

Facebook Twitter YouTube RSS Feed

Cerca nel sito

Videogiornale
Streaming TRC
banner
banner
Aeranti Corallo

Artimediali - Web Design & Graphics - Creazione siti Internet
Realizzazione siti web