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La Piccola Città: er cammello

Un thermos di latta, un passamano intorno al fusto da cui si innalzavano le lingue di fuoco delle tavolette che crepitavano festosamente, e diffondevano un po' di tepore, nella prima mattina fredda, quando il sole cominciava a fare capolino. Il caffè bollente nel bicchiere del thermos che passava di mano in mano con il vapore che si disperdeva davanti alle facce ancora assonnate. I baschi in testa, le mani a cercarsi per un po' di calore, gli scarponi con le bollette che battevano il terreno. Un lungo sorso, sonoro, e poi la sigaretta, la prima sigaretta, prima di arrampicarsi sulle impalcature di legno, avviare la molazza, distribuire i materiali. Il cantiere, dopo quella prima, salutare sigaretta, poteva riprendere a vivere, per una lunga giornata di fatica, accompagnata dagli sfottò e da qualche stornello, cantato a squarciagola.

Il pranzo nella pagnottella scavata a arte dalle mogli, il fiasco di vino sempre, le birrre, le canadesi, d'estate; fino a sera, quando ci si lavava alla meglio nei fusti pieni d'acqua, e si ritornava, magari in vespa, a casa. Un ricordo ancora vivo, come quello del rito della prima sigaretta, del sigaro, che ho rivisto, sempre solenne e fondamentale per iniziare la giornata: gli autisti delle corriere nelle livide albe nebbiose e gelide del Polesine, prima di riprendere la ragnatela dei villaggi, gli avventori dei bar dopo il caffè correto e il grapìn. Una lunga boccata, un respiro profondo che ti dà calore, ti fa compagnia, ti dice che va bene così, si può ricominciare o continuare. È capitato anche a me con qualche boccata di toscano, sulla strada, con il fumo che ti avvolge festoso. Un rito, un cerimoniale, molto più che un'abitudine che ho dovuto correggere. Senza lo stesso gusto. Meglio di niente. Così per me la mattina inizia con l'apertura delle pagine dei siti di internet, una versione riveduta e corretta, un po' miserella, del giornale lanciato davanti alla porta di tante case di tanti film americani, vicino alla bottiglia del latte fresco. Apro le pagine e questo ritarello inizia con lo spulciare con curiosità le tante finestrelle che trabordano di curiosità; sempre le stesse. Fate caso: il bambino che cade dal fasciatoio e viene salvato dal fratellino o che dorme abbracciato al proprio cane, lo stesso cane che gioca col gatto di casa, un leone un po' incazzato che insegue una turista safariana, e poi la Bibbia consunta di Crozza e Mentana: macchiette di macchiette. In questo calderone ci finiscono immancabilmente gli scivoloni dei personaggi: i vaffa, i fuori onda, fra le chiappe piangenti di Belen e le felpe di Salvini. Così ti capita di leggere che il cosiddetto comico stellare dichiari guerra al Vaticano perché i suoi Musei sono sul suolo italico. E ti viene da chiedere al suo popolo del web e del cacatoio facebook annesso di rimandarlo a fare la primina. I pentastellati, questi dilettanti paraculi, sono una risorsa per le finestrelle dei giornali telematici. Protagonista assoluto è il Dibba, un ignorante radicato, presuntuoso. Si direbbe uno scemo di guerra. Ma dove l'ho già visto? Mi sono chiesto più di una volta, magari incappando di sfuggita in una sua performace nel canale amico dell'arcicofraternita Mentana, Gruber, Formigli, topo giogio Floris e compagnia cantando. E poi mi è venuto il collegamento. È identico al cammello. Er cammello, così veniva soprannominato un mio compagno di scuola per la su andatura ciondolante, come quella di Dibba. Sputato anche per il resto. Sempre con camicia cravatta e giacca, gli occhiali giusti, la cartella di pelle, vera, i quaderni e i libri con le foderine, due penne stilografiche da fare inviadia: una Omas e una Parker. E poi una grande signorilità, maturata nei circoli militari e nel suo mondo esclusivo. Er cammello si precipitava ad aprire la porta a professori e professoresse al cambio dell'ora, si mazzafiondava in sala insegnanti per recuperare borse e registri dei suddetti, correva a prendere i gessetti. Ma sotto il vestito, niente. Seguiva le lezioni prendendo continuamente appunti con sottolineature a colori, annuiva ad ogni sbadiglio dell'insegnante ex cattedra, ma poi, ai fatti, come il Dibba, c'era poco o nulla. Se con qualche pacchetto di sigarette riusciva a copiare versioni ed esercizi, alla prova della verità, il suo mondo, tutto apparente e stucchevole, franava rumorosamente. Il nulla. Scena muta. Sempre alla ricerca del suggerimento, dell'imbeccata giusta. Nonostante il nostro prodigarsi, la nostra bontà, non ci arrivava mai, capiva fischio per fiasco. Così er cammelo a cinque stelle, andrà pure in motocicletta, come migliaia di altri cristiani, si leverà pure il casco a favore delle telecamere scodinzolanti, ma è una cocuzza, una zucca vuota. E questo, questi sarebbero gli uomini a cui affidare la guida del cosiddetto Paese? Attenzione, la Piccola Città è un proliferare di Dibba e di cammelli, ignoranti e cafoni, impreparati, tutto fumo e niente arrosto, come i loro sostenitori, la claque. E questo è il peggio.

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