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La Piccola Città: Ussita

piccola cittaLe emozioni, i sentimenti, le debolezze con gli anni prendono il sopravvento. Incontrollate e incontrollabili ti travolgono con il patrimonio personale dei ricordi, della memoria che ha pazientemente archiviato i file di una vita. Così mi è capitato di commuovermi, fino alle lacrime, guardando le immagini del terremoto, dei terremoti che non danno tregua. Come in guerra, sotto le bombe. Come la Piccola Città sfigurata dai bombardamenti, come i suoi abitatori schiantati, smarriti fra la polvere e le macerie con addosso solo qualche straccio e la paura, il terrore che non li ha abbandonati per anni.

Le immagini che il TG 1 fa scorrere con la dovuta compostezza degli inviati le ricollego a quelle degli album di Blasi, alle foto della Piccola Città distrutta, ma anche ai ricordi della mia infanzia, vissuta fra i segni ancora vistosi delle macerie e i ricordi di famiglia. Così mi viene naturale una pena profonda, perché quei posti sono dentro di me, li sento ancora più vivi. Brava gente, laboriosa, ospitale, di grande dignità che ha sempre saputo lottare, inventare, lavorare. Brava gente che non si espone alle sceneggiate del canale che erutta 24 ore su 24 e deve dare spettacolo con gli inviati cavallette con elmetto e auricolare che sbraitano e le lettrici in studio con la bava alla bocca nella speranza di qualche scossetta con relativo crollo in diretta. Brava gente che non sta al gioco del massacro mediatico. Anche per questo il pianto e il mio sconforto sono spontanei. E poi Ussita, Visso sono i luoghi dei miei nonni. Nonna Maria era di Ussita: "cocco della nonna, che te devo dì, quattro case, le bestie, tanta fame e senza scarpe". È un ricordo labile, un flash, perché mia nonna era di poche parole. Sembrava una donna apache con il volto scavato, secco e duro, gli occhi verdi che ha ereditato mio padre. Dura con tutti. La ricordo nelle due stanzone di via Claudia con i due figli maschi e le tre figlie femmine, adulti e sposati, sempre pronti ad eseguire i suoi ordini. Era una grande lavoratrice a maglia e si concedeva pochi lussi. La ricordo che sorrideva, era contenta, quando mio padre le portava le sfogliatelle che gustava con un bicchiere di vino rosso: "Otè tu si proprio un bravo fjo". Mia nonna aveva un'altra debolezza: le scarpe. Scarpe buone che portava sempre, anche in casa, d'estate. "Armeno adesso; so annata sempre scarsa" rispondeva alle figlie che la rimproveravano perché spendeva i pochi soldi dal calzolaio Ennietto che aveva una botteguccia all'angolo fra via Terme di Traiano e via dell'Ambaradam. Aveva dovuto smettere il vizio del fumo: ho ancora alcuni suoi fornelli di terracotta con le cannucce. Perché nonna Maria fumava la pipa, come tante contadine delle sue terre e tante altre che ho conosciuto nel Polesine. Ma un vizio le era restato: quello del gioco, della tombola che iniziava dopo i Morti e finiva con la Candelora. Ricordo le tavolate di vicine con la mantellina di lana e il fazzoletto in testa, perché il camino non riusciva a vincere il freddo dello stanzone. E lei, nonna Maria, sempre a comandare a capotavola. Le giocatrici depositivano in un piattino le dieci lire per la corrente, la luce flebile della lampadina che illuminava cartelle e cartellone. Le cartelle in ordine sul marmo del tavolo, i fagioli o la pastina per segnare i numeri usciti: arrivavano fino all'ora di cena. Ussita e Visso. Mia nonna e mio nonno Nicola. Si erano conosciuti e, forse, presi, nel lavoro dei campi. Poi come tanti giovani marchigiani, avevano tentato l'avventura, seguendo le transumanze, verso il mare, per allontanare gli stenti e la fame. "Ngorpo fratè, che bella spianata pe' farcià" ricordava mio nonno Nicola, mentre intrecciava il vinchio di una canestra. Era lo stupore del fratello Pepparello che per la prima volta, dalla collina, scorgeva il mare della Piccola Città: verde come un'immensa pianura da coltivare. Brava gente i marchiciani, che meritano di tornare alle loro case, ai loro lavori, che sapranno superare anche questa prova. Ho ancora il ricordo vivido di questa laboriosità di una vancanze che feci, qualche anno fa, ospite del cugino di mia moglie che, allora, era il responsabile del marketing della Poltrona Frau. A Tolentino. Andai alla ricerca delle radici della famiglia, e le trovai a San Severino e Treia. E poi Ussita, Visso. Allevamenti, campagne, aziende. Un gran bel vedere di un mondo diverso da quello della Piccola Città: dove tutto funzionava, era in ordine, si lavorava con gusto. E poi i festival, le manifestazioni culturali, i teatri, le biblioteche anche nelle piccole località. Per questo ho pianto e ancora sono scosso. Non ci voleva. Non è giusto. Brava gente i marchiciani. Mascalzoni gli sciacalli del microfono e della tastiera che alzano i polveroni per calcolo: ascolti e qualche copia in più. Inopportune, per non dire di molto peggio, le insistenti capovolte del magma del No, senza ritegno di fronte a questa tragedia nazionale, pronto a qualsiasi espediente per guadagnare la scena.

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