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La Piccola Città: etichette

Da un po' di tempo, per motivi strettamente personali di attenzione ai cibi, la dieta è altra cosa, leggo le etichette dei prodotti, sarebbe meglio dire del cibo, che alla fine, in qualche modo, è destinato ad appagare l'appetito e, a volte, la fame vera e propria. Me le leggo tutte, spesso sforzando la vista per le scritte millimetriche, a caccia del valore degli zuccheri, della presenza più o meno elevata di alcune sostanze, componenti, quello che sia.

Attraverso questa rassegna, che è diventata un'abitudine, un gioco, che pratico anche fra gli scaffali dei supermercati, l'occhio finisce per leggere e passare al cervello anche i dati della provenienza dei suddetti prodotti alimentari: dalle mozzarelle, alle marmellate, al latte, e il ben di dio, ahimé in gran parte vietato, che fa l'occhiolino del prendimi prendimi. Al dunque, direte finalmente, al dunque che cosa si scopre a leggere bene le etichette? Si scopre che è tutto un gran casino planetario con la globalizzazione che non è soltanto la lampadina cinese, il porta cellulare cinese, il rubinetto del bagno cinese, ma è diventato una specie di gioco delle tre carte. Mi spiego. Il latte Torre in P. uno pensa è fresco è intero, se non sarà stato munto nella piana di Torre in P., magari Maccarese, al massimo verrà dall'Agro Romano. Macché! C'è scritto in piccolo: prodotto per Torre in P., che non è più l'azienda agricola che si vede dal treno perché è stata fagocitata dalla catena Gr., nelle campagne di Lodi. E, secondo voi, la mozzarella Pettin., della premiata azienda fondata nel 1927, dove viene prodotta, secondo tradizione? Uno pensa, come sempre, vicino Latina. Macché! Provincia di Trento. Così le patatine della catena Poop vanno a farsi friggere in Inghilterra, perché qui da noi spesso risultano bruciacchiate. La rivelazione più recente l'ho avuta con l'acquisto di due confezioni di marmellata, ahimé light, come dire che sa di poco e niente, di una gloriosa casa di confetture con sede e stabilimento a Verona. Errore. Il cucchiaino con l'invitante confettura portava alla bocca pesche colte e lavorate in Andalusia. Prodotti apolidi. Del resto sull'etichetta della sambuca famosa nel mondo, della quale gli abitatori della Piccola Città si vantano, gonfiando con orgoglio patriottico e campanilistico il petto, sull'etichetta della sambuca M. non trovi traccia della scritta Civitavecchia, neppure nei titoli di coda. Lasciamo perdere per carità cristiana il mare magnum dei surgelati e del pesce oceanico. Bisogna chiudere gli occhi, immaginare mari trasparenti, solcati da delfini sorridenti, abitati da sirene, per sentire un accenno di sapore non dico degli abissi, ma almeno di qualche vicinanza ad uno scoglio, dei gamberoni, delle mazzancolle, dei tranci di questo e di quello. Continuo a leggere con curiosità, senza ostinazione, come per un gioco. Mangia prega ama è il titolo del film che mi viene in mente a proposito dell'origine e della qualità del nostro cibo quotidiano. E io dico, che, tutto sommato, amare fa bene alla salute, pregare fa bene a chi crede, mangiare è necessario. E quindi andiamo avanti così con fatalistica predestinazione alla fortuna. Che, anche oggi, la fettina di petto di tacchino no ogm con il goccio d'olio extra vergine e le verdure dell'orto biologico (quale? di chi? dove?) non ci facciano male. E non ci faccia male tutto il casino di inquinamento che zitto zitto ci ha, non solo circondato come gli indiani attorno alla carovana dei bianchi colonizzatori, ma ci sta togliendo lo scalpo. È una riflessione amara, da sconfitta con fazzoletto bianco, naturalmente di carta perché quelli buoni di cotone sono stati fatti sparire, sventolato con le poche forze che rimangono. Dove ti giri ci sono questi indiani che ti accerchiano, ti incalzano, forti e invincibili. Mi sono dato per vinto, ho alzato le mani. Venitemi a prendere, non fatemi male. Coraggiosi, bravi, da ammirare gli abitatori della Piccola Città che hanno manifestato contro il mega cetriolone inceneritore che sta per essere introdotto senza nessuna delicatezza in quel posto, dove rimangono ben evidenti i segni di decine di precedenti violenze. Bisogna alzare la voce, farsi sentire. Ma il casino planetario che ti porta alla bocca la fettina di prosciutto di Parma stagionato chissà dove è compare del casino dei veleni, dell'inquinamento difficile da combattere. In questi giorni TRC giornale riporta che un cargo sputa zolfo come 50 milioni di automobili. Non è una novità. Dicono: volete che vi serviamo le merci con la pagaia? Vi portiamo in crociera sui sandolini? Sconforto. Basta affacciarsi sui bastioni a rimirare il panorama verso l'Argentario e le navi da crociera fumanti, raggiungere il mercato a piedi e prendere a correre alla rotonda della Madonnina perché il gas di scarico delle macchine ti spezza il respiro. Non resta che provarci, manifestare. E, magari, sperare, amare, pregare che tutto sia come i biscotti che Antonio Banderas sforna con amore, uno a uno. Proprio buoni! Gnam gnam gnam.

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