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Guardia Costiera

La Piccola Città: Diciotti

piccola cittaFra le magie del cinema, che è bello cercare di riprodurre con la propria telecamera, c'è la sfocatura, voluta, dell'immagine più importante in secondo piano e la successiva messa a fuoco che ha l'effetto di darle maggior rilievo nella narrazione. Se l'occhio umano, non l'obiettivo manuale, non può compiere la stessa selezione, ci pensa, ovviamente, il nostro cervello che sceglie e scarta i particolari, dà la giusta rilevanza alle immagini che gli trasmette la vista: una regia occulta che segue il nostro sentire, le emozioni, l'istinto, senza che ce ne accorgiamo.

È una specie di sindrome, per andare al paragone con quella di Stendhal, che riesci a percepire in alcune occasioni particolari, e ti rimane ben impressa nel ricordo. Questo effetto di aggiustamento della messa a fuoco, e di attenzione particolare, mi riporta alla visita alla bella mostra che, nell'agosto dello scorso anno, fu proposta al Forte Michelangelo con le immagini e alcuni abiti di Ingrid Bergman, di casa a Santa Marinella per alcune stagioni con figli e marito Roberto Rossellini. E, dunque, non solo a me, ma anche a mia moglie, dopo un po' successe di sfocare le foto dell'attrice e concentrare l'attenzione su quelle esposte nei pannelli retrostanti della Guardia Costiera, che raccontavano e raccontano la grande umanità di questi servitori dello Stato, una volta si diceva così, nel biblico, troppo spesso tragico, esodo dei migranti, dei fuggiaschi, dei disperati che si aggrappano alle sponde di imbarcazioni fatiscenti, si fanno piccoli fra le basse sponde di gommoni sovraffollati, in balia del mare amico e nemico. Questo racconto per immagini, che credo sia ancora esposto nel salone della Fortezza, fu al centro di un lungo colloquio, ricco di particolari, con il giovane marinaio che vigilava sulla mostra, felice di aver abbandonato per qualche minuto il ruolo di semplice comparsa. Le foto, le storie, la Guardia Costiera, i salvataggi: ben altra cosa dalle immagini frenetiche, dalle dirette con l'inviato sempre in debito d'ossigeno nella rincorsa di parole a effetto, che ci raggiungono dagli schermi televisivi coi numeri: trecento dispersi, quaranta bambini, tre imbarcazioni che sembrano l'estrazione del lotto. In questi giorni, il nostro porto, accanto alle mirabolanti festose navi da crociera, ha l'onore di ospitare una nave molto più piccola, ma dal valore, non solo simbolico, molto molto più grande. È la "Diciotti" che, solo per qualche giorno, ha lasciato le acque della sua pesca. Sedicimila persone portate in salvo. Sedicimila disgraziati, presi per i capelli, riportati alla vita. Il mare amico che accoglie le speranze, l'estremo anelito alla salvezza; il mare nemico che travolge e inghiotte senza pietà. Il comandante racconta le difficoltà tecniche di queste operazioni, le immagini sono quelle di salvataggi spesso disperati, in condizioni proibitive. Si dirà: sono le stesse dei servizi televisivi. Ma l'impatto è diverso: la cruda realtà ti sbatte in faccia e ti fa pensare, fino alla commozione. La ripetitività sensazionalistica dei servizi televisivi crea un effetto di assuefazione che svilisce il contenuto, e allontana il giudizio, fra un boccone e l'altro, un'occhiata allo schermo del telefonino. La "Diciotti" è un'altra cosa: sulle sue fiancate sono scritte le pagine di questa odissea contemporanea senza fine. La "Diciotti" è la risposta alle mascalzonate mediatiche, alle felpe criminali di chi proclama cannoneggiamenti, rovesciamenti di battelli, di chi vorrei fosse messo faccia a faccia per un minuto, un solo minuto, non in collegamento da... con la salottiera botulino conduttrice, ma con una persona in carne e ossa, uno di questi piccoli sopravvissuti: gli occhi smarriti, i segni del terrore, la ricerca di un abbraccio, del calore della pelle che hanno perso. Retorica e buonismo, si dirà. Ma la Piccola Città ha saputo sempre superare le stagioni peggiori della sua lunga storia proprio con la bontà, la disponibilità, il carinello, l'anima di dio, nei confronti degli "altri". Che dire del "naufragio" dei bombardamenti: i morti in famiglia, le case distrutte, polvere e macerie, che dire del mare in tempesta che hanno saputo affrontare col cuore gonfio di dolore i nostri nonni, i nostri genitori? Anche loro trovarono una mano tesa, una nave che, in qualche modo, gli ridiede la vita, la speranza. Tutto da conquistare, tante storie da ricominciare, come quelle dei superstiti raccolti, salvati dalla Guardia Costiera, dai bravi pescatori del Mare di Sicilia: uomini, non miserabili e vili propagandisti del callifugo politico mediatico che fa notizia e porta perfino al riso inquietante del conduttore d'occasione. Non è la pomposa "Vespucci" degli acrobati sulle alberature, la "Diciotti" è la storia di ogni giorno, anche per questo visitarla più che una curiosità è un onore, l'occasione per riflettere e portare un segno d'accoglienza, un giocattolo per quei bambini alla ricerca di una normalità che forse hanno perduto per sempre.

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