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La Piccola Città: monsignor Peraldi

Il viaggiatore, il turista, il pellegrino sul ponte del battello a vapore che entrava nello stretto bacino del porto di Civita-Vecchia, prima di essere preso d'assalto dai facchini alla caccia del bagaglio da trasbordare nelle piccole imbarcazioni per raggiungere il molo, volgeva lo sguardo, la propria curiosità al piccolo anfiteatro della Piccola Città.

Sulla destra l'imponente struttura della Fortezza, lambita dalle acque, allora famosa in mezza Europa perché ospitava il celebre brigante Gasparone: se c'era tempo, prima di prendere la carrozza per Roma, una visita da non mancare con lauta mancia ai gendarmi compiacenti e qualche souvenir che l'ormai vecchio e stanco fuorilegge distribuiva con piacere. Il Forte, e le arcate dell'Arsenale del Bernini; al centro la fortificazione, il muraglione che sembrava trattenere lo scombinato insieme di costruzioni che incombevano dall'alto. Sulla sinistra, la porta Livorno e il febbrile via via del formicaio di braccia e carretti che si ridestava dal letargo all'arrivo delle navi. Infine, l'occhio del viaggiatore terminava il suo breve percorso nel braccio della tenaglia dello scalo col Lazzaretto, temuto e maledetto dai comandanti dei battelli e dai passeggeri per le dure e inospitali quarantene. Prima di badare a non essere sopraffatto dall'orda dei facchini, il viaggiatore lanciava un ultimo sguardo al Castello, la Rocca, il centro del potere, l'occhio attento e discreto della Chiesa del papa re sulla fonte di maggior guadagno: il porto di Roma. Qui risiedeva il delegato apostolico, e qui governò negli Anni Trenta dell'Ottocento monsignor Felice Peraldi, còrso, di quarant'anni, un paladino del culto della madonna, espresso con grande enfasi e trasporto nel suo libro "Dei fondamenti della devozione di Maria", pubblicato nel 1830, di cui sono riuscito a recuperare una copia più per curiosità che per necessità di ricerca. Monsignor Peraldi era inviso a gran parte della popolazione e alle famiglie più influenti della Piccola Città, che si limitavano al pettegolezzo a mezza bocca, temendo la riprovata iracondia e l'indole vendicativa di chi rappresentava il potere terreno della Chiesa. Era contemporaneamente presidente del Consiglio di Provincia, della Commissione sanitaria provinciale, della Commissione di sanità marittima e di polizia dei porti del litorale dello Stato che si affacciavano sul Mediterraneo, delle Commissioni del censo e dei miglioramenti agrari, della Giunta di statistica e della Camera di Commercio. Da lui dipendevano gli uffici pubblici, le milizie, l'amministrazione del carcere, del porto e dell'arsenale e, non da ultimo, aveva una grande influenza sulla magistratura. Lo porto ad esempio perché fu una figura di spicco fra i delegati apostolici che avevano le stesse prerogative, esercitavano lo stesso potere sulla Piccola Città. Qui c'è il porto, c'è il Castello, c'è il vescovo-conte, di là c'è la città che si spartisce le briciole. Certo ci sono i ricchi, gli arricchiti con le vaste estensioni dei fondi, con il florido mercato dei soldi dati a prestito; c'è il consiglio comunale in cui i soliti si spartiscono gli appalti per le strade, l'illuminazione.... Ma è poca cosa rispetto al vero potere che domina lo scalo. Così questi ricchi, mai borghesi e neppure nobili per discendenza, che magari vanno al letto come le galline, amano le cacciarelle e i loro palazzi, rappresentano il ceto benestante della Piccola Città che dispensa beneficenze a pioggia, agli orfani, alle zitelle, e prestano i soldi con relativo interesse durante l'emergenza del colera perché la comunità, il consiglio comunale implorante non ce la fa, ha le casse vuote. Il porto, il Castello, la Camera apostolica che esercita il suo potere, magari chiudendo tutte e due gli occhi sul consolidato contrabbando esercitato dai cardinali in giù per tutto il clero, che ingrassa. E il villaggio che si muore di fame, racchiuso fra vicoli maleodoranti, nei bassi fatiscenti, con gli uomini che si spezzano la schiena sui moli o nelle campagne, le donne già vecchie a trent'anni. È la Piccola Città dell'Ottocento che si rivela attraverso le osservazioni attente di un forestiero, poco o nulla nelle storie locali. Perché monsignor Peraldi, la Camera apostolica, i ricchi benefattori e egoisti, i consigli comunali da operetta dell'Ottocento? Che c'entra? In verità, il Castello non c'è più, ma è stato ricostruito poco più verso mare, la Camera apostolica ha un altro nome, c'è un altro delegato. Cosa è cambiato, nella sostanza? I palazzi dei ricchi che giocavano coi soldi e si appagavano nella ricerca del potere, gettando i confetti al volgo, non ci sono più. Magari adesso ce n'è uno solo con gli stessi vizi e le stesse virtù. Cosa è cambiato nella sostanza? Il consiglio comunale che tendeva la mano per l'elemosina dei potenti è così diverso da quello stellare? Oggi come due secoli fa: non c'è bisogno di dichiarazioni scandalistiche. Tutti sanno, molti tacciono e, magari, si limitano al chiacchiericcio, proprio come ai tempi di monsignor Peraldi.

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