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La Piccola Città: i misteretti

Una figura imponente, vestita di bianco, le catene ai piedi e il cappuccio che lascia intravedere, attraverso le due piccole fessure, gli occhi. Uno sguardo intenso, in cui c'è la fatica, il dolore, la grande emozione, e la liberazione finale. Si è fatto largo fra gli altri, ha raggiunto la breve scalinata della Stella: è finita. La figura, osservata e protetta da due confratelli, si inginocchia, si prostra, tocca il marmo con la fronte incappucciata. È questa l'immagine che porto con me della Processione, la Pricissione der Venardì Santo. L'ho ritrovata, nel nostro vasto archivio, ricco di sorprese, fra le centinaia di VHS di Telecivitavecchia, che sto riordinando con qualche fatica, ma sostenuto dalla curiosità e più di una punta d'orgoglio.

È una breve sequenza del documentario del "nostro" Bruno Chiaro, fra i primi, in tutti i sensi, operatori di TRC, andando nel profondo di questo rito che si perpetua con sempre nuova energia. Un'altra immagine dà il senso profondo della Pricissione, è quella liberatoria, gioiosa, e festosa, del carro che viene spinto con grande vigore lungo la salita della Stella con gli uomini stremati, accolti dall'applauso e dall'abbraccio dei confratelli. La passione, la penitenza che si incarna nel lungo corteo degli incappucciati con le catene alle caviglie e le croci in spalla, e poi la resurrezione e la vita: come i germogli di grano dei sepolcri. Perché la Pasqua è festa della natura che si risveglia, dopo il lungo sonno invernale. Seguendo e commentando con l'amico Gianni il lento incedere delle stazioni del Cristo verso la Croce, non so da quanti anni ormai, ogni volta ho provato sensazioni e sentimenti diversi. Quest'anno, forse per la postazione ravvicinata, per la maestà della cattedrale che ci fronteggiava, per il silenzio delle due ali di abitatori della Piccola Città, ho provato un senso di pace, come se il corteo con le tante persone che sfilavano mi portasse in una realtà diversa, sicuramente meno meschina di quella che, purtroppo, è della nostra quotidianità. Certo c'era da fare il commento delle immagini che scorrevano sui monitor, c'era da coordinare l'insieme dei tecnici, da usare i tempi giusti, anche se con Gianni c'è un grande affiatamento, ma ho rivissuto la Processione come un momento di straniamento, di pacificazione. Poi, avviandomi, verso casa, cercando un varco fra il popolo che seguiva il corteo, mi sono un po' riavuto, scantato: ho rivisto la sacra rappresentazione come la metafora di questi tempi bui con i tanti misteretti che popolano il presente. Non sono noie del quotidiano, fastidi esistenziali: magari. "Le Tenaje, er Martello co' li Chiodi, la Croce ch'indispone, assieme ar gallo de l'amico Pietro. La Lancia, la Spada, la Spugna, la mano de lo schiaffo che 'n perdona, la Tonica, le Verghe e poi viè er Calice, la Borza per cui Giuda ce se sgrugna, ..., e poi er mortorio viè sempre più vario...", riporto dalla "Pricissione" di Ugo Marzi, e avvicino alle tante offese che gli abitatori della Piccola Città hanno subito, e continuano a subire, con grande pazienza, troppa. Tante le prove che, ogni giorno, ci propongono le cronache e, mai, o raramente, una buona notizia. Non parlo di quelle delle gazzette feste e scolaresche in posa. Tutti contenti. Meglio per loro e per noi. Tante parole, risse verbali senza nessuna pudicizia. E pochi o punti fatti. E qui, nella Piccola Città ne servirebbero a ridare respiro e speranza, a ricompattare quello che gli esperti definiscono un tessuto sociale sfilacciato. Che fine hanno fatto i lavoratori della Privilege? E gli scopini come se la passano? È vero che il porto di Napoli prova a scipparci crociere e crocieristi? E tutto il resto che, nello spirito della pizza col salame, delle uova sode, della coratella, delle costolette d'agnello frittedorate, non mi va proprio di ricordare. Da ragazzino la Pasqua, come del resto il Natale, era un momento indimenticabile che il giusto mutare dei tempi ha spazzato via. Fra i momenti che mi sovvengono e ancora mi emozionano c'è la sciorta della Gloria, il sabato mattina con le campane che suonavano a festa e mia nonna che ci faceva rompere l'uovo delle palombelle fatte con la stessa pasta delle pizze. Finito il lutto, ci si preparava alla festa nel tepore del tempo di primavera. Che il lutto, la brutta stagione sia finita e che, per la Piccola Città, dopo i misteretti con le loro dolorose afflizioni, ci sia una nuova vita, una ripresa. Ma l'orizzonte è cupo, e va ben oltre l'Argentario e l'Isola del Giglio. Nella bailamme dell'informazione sincopata la fa da padrone il terrore senza volto che non risparmia i poveri disgraziati in ogni dove. Stragi e morti con gli inviati che starnazzano senza ritegno e qualche ributtante personaggio fascioleghista che mostra il petto del presunto martirio. E magari una ministra, una donna, si scioglie nel pianto del dolore, vero, e viene subito attaccata dalla canea vomitante e nauseante delle mezze figure e figurine senza storia. Meglio cambiare canale e voltare pagina: sentirsi sicuri a casa propria. Non è il massimo.

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