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La Piccola Città: la sora Irisee

piccola cittaDa ragazzino, nel palazzo alveare in cui abitavo, al primo piano, prima porta a destra, c'era la famiglia composta dal sor Amilcare, manovale, e dalla sora Iris, Irisee, casalinga. Senza figli, in una delle tante, modeste camera e cucina con gabinetto (tazza e minuscolo lavandino), la coppia tirava avanti alla buona col lavoro a giornata. A suscitare le curiosità, i pettegolezzi, perfino le invidie delle donne era la sora Irisee.

Sentivo dire in casa che si alzasse alle cinque del mattino insieme al marito: lui diretto in qualche cantiere, lei a pulire le scale di un paio di palazzi e gli uffici di una banca del centro. Durante la giornata la sora Irisee portava a fare la spesa un'anziana benestante, le faceva il pranzo e le stirava i panni. E, quando tornava a casa, aveva sempre qualche lavoretto di sartoria: ago e filo, perché non aveva la macchina per cucire. Tutto questo lavorio, guardato con sospetto dalle casalinghe del caseggiato, impegnate ai fornelli, a lavare panni, a pulire il culetto alla prole, aveva uno scopo. Sì, perché la sora Irisee dentro di sé covava il desiderio di una vita borghese e i soldi che metteva insieme nelle sue faticose giornate li destinava solo in parte alla famiglia. "Non mi faccio mancare niente" ripeteva con la sua vocina flebile, ma decisa, rivolta alle comari. Così fumava instancabilmente sigarette americane, indossava calze di nylon con la riga e ostentava il rosso sfavillante delle unghie: tre volte scandalosa nella realtà ancora fortemente bigotta degli Anni Cinquanta. Una donna emancipata, mai volgare, che divorava "Intimità" e "Grand Hotel", i romanzi di Liala. Solo una piccola parte dei soldi guadagnati con i sacrifici del duro e paziente lavoro finiva qui, perché la sora Irisee nel buggigattolo in cui viveva, uno dei tanti in cui magari campavano molti degli abitatori della Piccola Città, ben in vista nella vetrinetta scorrevole della credenza della cucina quattro per quattro aveva un servizio da tè in porcellana, uno di bicchieri di cristallo e nel cassetto, avvolto in un panno, uno di posate d'argento e un tovagliato di marca "Fiorentina". "Tutta robba fine", come riferiva alle amiche la sora Tecla, l'unica che aveva accesso nella cucina di questa donnetta esile e dallo sguardo potente, sempre con i capelli a posto e la sigaretta in bocca. Proprio il vizio del fumo permetteva alla sora Tecla di sorbire l'ambrata bevanda nel servizio buono di porcellana con i cucchiaini d'argento e la salvietta ricamata a portata di labbra, dopo aver consegnato alla sora Irisee i pacchetti di sigarette americane di contrabbando che il marito portuale smerciava insieme alle banane: il frutto esotico a basso costo largamente diffuso nel nostro caseggiato che aveva finito per trasformarci in una affollata tribù di scimmie. Una cacafiori, la definivano le vicine invidiose, e le facevano il verso del "Non mi faccio mancare niente". Questa frase mi riporta alla realtà corrente, di queste ultime settimane, della Piccola Città che, anche lei, non si fa mancare proprio niente: aggressioni, bombe e bombette, movida, il cattivo tempo che manda all'aria la sfilata di carnevale, la pioggia che ingolfa il Mignone e, ancora una volta, lascia a secco i rubinetti delle case. In questo turbinio di fattacci, la Piccola Città però mette a tavola il suo servizio buono. Leggo da un gazzettino: l'Ariston come il Traiano, o viceversa. Per dire che, magari saremo spennati dalle tasse comunali, il mercoledì il mercato è deserto come fosse domenica, le strade sono ridotte a percorsi di guerra, siamo invasi dalle erbacce e dalla monnezza, ma avremo il nostro festival di Sanremo. L'Italcementi sta lì che si macera nell'amianto, le Terme aspettano di essere ricostruite dall'epoca delle invasioni barbariche, l'autostrada si è rimpantanata a Tarquinia. Ma c'è il festival con tanto di anteprima. La conferma l'ho avuta venerdì pomeriggio quando ho messo il naso nell'aula consiliare. Confesso che ero incuriosito da quello che si preannunciava come un revival degli anni delle manifestazioni di massa, dei blocchi, dei sit in e degli incatenamenti. Delusione. Niente lucchetti e catenelle. Tutti issavano allegramente cartelli con la scritta "Cara", alcuni "Noooo Cara". Sono andato via, convinto di aver visto in azione un gruppo di fan scatenati, a sostegno di questa canzone, questa "Nooo Cara", sicuramente melodica, in lizza per il festival Ariston-Traiano in arrivo. Del resto, perché pensare sempre male, magari sperare sotto sotto, in un colpo di reni, di un ritorno ai tempi della lotta dura e senza paura? Il delegato del comico in tournée e del Gianroberto inquisitore, l'onorevole pupetto del nulla, 24 ore su 24 fra telecamere e microfoni, ha rassicurato il volgo e l'inclita: "tranquilli, qui va tutto bene", magari con la voce in falsetto, perché ingessato dal giubbotto antiproiettile, indossato nel fondato timore di qualche freccia al curaro che nella fucina dell'odio ti può sempre arrivare fra capo e collo.

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