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La Piccola Città: Campanile Sera

"Chiedo alla piazza!". Dopo aver cercato nella sua memoria enciclopedica, da "Lascia o raddoppia?", la risposta giusta, il concorrente così si rivolgeva al signor Mike per chiedere aiuto al popolo della sua città in collegamento dalla piazza principale. Sugli enormi palchi di tubi innocenti, fra ospiti e autorità, prendevano la linea Enzo Tortora e Renato Tagliani con in mano l'argenteo microfono con filo, cercando di far arrivare la loro voce sopra il boato della folla del paese, della cittadina in gara. E poi la piazza provava a dare una mano al proprio campione in studio, a Milano.

"Campanile sera" e Mike Bongiorno, a cavallo fra la fine degli Anni Cinquanta e i primi Anni Sessanta. Naturalmente, e solo, Rai 1, naturalmente, e solo, bianco e nero. Il programma, il papà di "Giochi senza frontiere", metteva in gara due località, una del nord, una del centro-sud dell'Italia in aria di boom anche con giochi di abilità e a carattere sportivo. La Piccola Città, che non fu toccata dall'apoteosi campanilistica che infiammava le piazze, ha avuto la sua domanda di riserva, come quella che il signor Mike, a volte, proponeva al concorrente di turno. Un'altra stagione, un'altra epoca televisiva, nella quale i concorrenti dei quiz sono mediamente ignoranti e collocano tranquillamente il presidente Pertini nell'800 e Creta nell'Oceano Pacifico, nella quale il confronto campanilistico si consuma, magari in uno dei tanti talk show, come chiacchiericcio allo stato puro delle solite quattro comari, più o meno a gettone di presenza. E così, la Piccola Città ha avuto la sua occasione, il suo "Campanile Sera", di riserva, di consolazione. Avversaria la cugina laziale di Pomezia. Ahimè, neppure l'appello del concorrente alla piazza avrebbe potuto cambiare le sorti di una cocente onta. Una figuraccia che il programma di Rai 2 "Virus" ha servito ai suoi non pochi teleutenti nazionali, mettendo a confronto due realtà governate dai cinquestelle. Così i cittadini dell'Agro Romano apparivano raggianti e in pieno tiro, come le nobili diciottenni al ballo delle debuttanti, e i nostri, poveracci, sembravano uscire dalle pagine dei feuilleton dell'Ottocento delle fiammiferaie, delle sartine intirizzite e tisiche, degli scaricatori cadaverici. Confesso che ero rimasto alle righe sulla defenestrazione dalla casa del balilla fin troppo eloquenti di Massimo Gramellini, che credo non sia un iscritto dei partiti di governo e che non abbia partecipato alle varie Leopolde. E confesso pure che delle interviste fatte in città e del servizio di "Virus" ero ben informato, ma che ho preferito immergermi ben fin sopra i capelli nelle dolci acque di "Don Matteo". Da un po' di tempo, infatti, ho trovato la medicina che lenisce tutti i dolori e le malattie del mondo: guerre, attentati, pil, crescita, riforme, UE e via discorrendo, non mi perdo una fiction Rai, però quelle con le storie che finiscono sempre bene, che parlano di felicità che prima o poi arriva, che tutto può succedere, fino a Coliandro e al bar Lume Sky, inarrivabili. Così ho recuperato il "Campanile Sera" di questo inizio d'anno, su sollecitazione di mia moglie, tablet alla mano. E quando ho rivisto la Piccola Città per come è, e per come è governata, sono tornato alle considerazioni di alcune puntate delle Cartoline di TRC. Ormai rischiamo di farci l'abitudine, di rimuovere e non voler vedere, ma questo che ci circonda è il Sud più profondo e anche un bel po' d'Africa, senza offesa per nessuno. In questa situazione di sconforto, di miserie e di disoccupazione, di qualità della vita sotto zero, quello che dovrebbe rimboccarsi le maniche, che fa? Invece di dimostrarci, e dimostrare ai suoi elettori lievitati dal primo turno al ballottaggio come e più della pizza di Pasqua, come i cinquestelle siano capaci di cambiare il mondo, e magari la Piccola Città, continua nella stucchevole tiritera contro chi c'era prima, forse in futuro arrivando a prendersela con Pio IX o Nino Bixio. Non ci voleva la Gomorretta a cinquestelle, l'espulsione diretta senza cartellino giallo per i non allineati e coperti, e neppure l'ammissione, a dir poco offensiva nei confronti dell'intelligenza media del genere umano, di poche preferenze sul fantasmagorico web per scegliere sindaci e deputati. Lo sapevamo che le meteore quando hanno toccato il suolo terreno, della realtà di tutti i giorni, sono riuscite soltanto ad alzare un gran polverone: una minaccia continua, un proclama dopo l'altro, fino a voler mandare a spasso alla Marina con i pensionati i fedifraghi della esile minoranza, e nient'altro. Per rimettere in sesto la Piccola Città c'è solo una speranza: don Matteo che, come nello schema classico della fiction, prenda per un orecchio il primo cittadino, lo porti in chiesa, gli faccia una bella ramanzina e poi guardi in alto verso il cielo, quello del padreterno e, nel caso nostro, quello dove dovrebbero tornare lui con le sue stelle vane e inconcludenti.

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