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La Piccola Città: Cenerentola

Come è stato il 2015 per la Piccola Città? E cosa si augurano i suoi abitatori per l'anno appena iniziato? Meglio alzare il bavero del giaccone, coprirsi la faccia con la sciarpa, calcare il cappello, sguardo basso, e procedere a passi svelti. Meglio lasciar perdere, fare finta di niente, come quando si incrocia una persona con cui non si vuole avere a che fare. "Robba da chiodi!" era il commento di una delle mie due nonne, in situazioni come queste. "Nun so' fiaschi che s'abbottano" le faceva eco l'altra.

Così, come succedeva in questo periodo di feste, di quando ero ragazzino, meglio andare al cinema per perdersi nel mondo ovattato dei cartoni animati di Walt Disney. Certo Bambi ti strappava il cuore, fino al pianto dirotto; ma c'era il sospirone di sollievo finale. E così Biancaneve, così Cenerentola. Perfino i documentari sulla vita degli animali raccontavano di una natura amica, sempre buona: l'attacco di un leone alla gazzella finiva con il salvataggio in extremis del più debole. E un bel cartone animato, magari il giorno del primo dell'anno o della Befana risolverebbe i tanti problemi della Piccola Città. Preferisco lasciare ad altri i bilanci, ricordare un mondo che non c'è più. "Buona fine e buon principio" ripetevano sulla rampa delle scale del mio portone di via Doria il sor Leandro con Comunarda, la sora Giulia, Ottavia, Spartaco, Libera e il sor Medardo, Cassandra, Claretta e Saverio: nomi che non si usano più, che avevano una storia, un significato profondo che non era quello delle fiction, del mondo del cinema e delle canzonette. Un'allegria, una bonarietà che era fatta di poco. Le feste non cambiavano la vita. Lavoro, sacrifici, figli a studiare. Il rispetto e la speranza. La speranza, sempre. Magari, come mi capitava, ripulendo le lenticchie dei sassetti e delle impurità sul tavolo di marmo della cucina con mia zia Maria che mi ripeteva: "conta che porta bene!". Di questo si parlava con l'amico Massimo che mi è venuto a trovare per il buon anno. Mi ha portato una bottiglia di Cannaiola, sempre più rara, che produce un suo parente di Marta: due dita per uno, un biscottino, e si è sciolta la lingua. Senza rimpianti e senza nostalgie, il discorso è finito su quello che gli esperti definiscono cambiamento del costume, e che Massimo fa ancora fatica a comprendere. Così racconta dei ragazzini degli anni prima del boom. Dicono che ci sia stato, ma in molti non ce ne siamo accorti. Ricorda il piccolo mondo di onesta povertà che ribolliva fra quello che era rimasto della prima, terza, quarta strada, piazza Leandra, San Giovanni, fino al Sordone e, dall'altro lato, fino alla Stegher. Fra le macerie, i ragazzi di vita di quegli anni fra sassaiole, piccole guerre, soprusi dei più grandicelli, avevano un codice d'onore. Difficile affacciarsi in terza strada se venivi dalla quarta, a meno che non avevi un amico che ti presentava; rischioso e pericoloso avventurarsi nel cortile della ex caserma Stegher dei senza tetto. Eppure c'era il rispetto delle regole e ci si accontentava di poco. Il pallone del 2 del 3 del 4: che misure erano? Chi ce l'aveva comandava, e se eri fortunato potevi giocare, facendo grande attenzione alle scarpe, alle punte delle scarpe, che quelle erano e dovevano durarti. E poi i cappotti, quelli rivoltati e accorciati, adesso si direbbe riciclati, a fare da pali delle porte. Se passava una guardia, un sottufficiale: pallone stretto al petto e fuga generale. E poi perché, che facevamo di male? Un primo dell'anno nel segno della malinconia? Soltanto un modo di ragionare su qualcosa che, forse, ci siamo persi per sempre. Massimo ha il suo cellulare, la sua televisione panoramica da 50 pollici, mille attività. Mi chiedeva, e si chiedeva, soltanto, perché siamo arrivati alle esagerazioni. Stavamo peggio, ma si potrebbe, oggi, stare meglio, magari evitando di portare una ragazzina, un ragazzino col suv da casa alla scuola che dista due trecento metri. Ma è così, e va bene così. Con un goccetto di cannaiola che schiarisce la gola e tonifica il palato, mi è venuto spontaneo ricordare, come in una favola, quando il mio maestro delle elementari mi assegnava l'incarico da capoclasse di fare visita, il pomeriggio, ad un mio compagno assente per vedere come stava e portargli i compiti. Erano ancora pochi i telefoni, che ora si chiamano fissi e che sono sempre di meno, e bisognava andare di persona. Così, dopo mangiato, mi avventuravo nel piazzale sconfinato della Stegher, guardingo e un po' timoroso, perché gli intrusi non erano graditi e rischiavano di battere in ritirata sotto il lancio dei sassi, facili a trovare fra le macerie. E arrivavo a casa del mio compagno di banco. Casa? Immaginate. Bambini e ragazzini da tutte le parti, magari una più grande che faceva da madre. La trascrizione dei compiti sullo spigolo del tavolo di cucina e il sorriso complice del compagno. "Domani se arza", diceva la vice mamma, "ringrazia er maestro". Un saluto, e tornavo di corsa verso piazza d'Arme.

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