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La Piccola Città: cartoline

Qualche giorno fa, mentre ero in attesa di un controllo alla mia macchina un po' malandata: benzina olio acqua nel radiatore pressione delle gomme con benzinaio sostituito per l'occasione da un valente medico analista del nostro ospedale; mentre ero in sala, appunto, d'attesa non ho potuto fare a meno di assistere a questo siparietto. Un signore maturo che parlava animatamente con un giovanotto, probabilmente suo figlio, che, seduto, a testa bassa è stato per tutto il tempo a fissare il suo cellulare e a picchiettare l'indice sulla relativa tastiera, senza neppure annuire.

Ormai, nel bene come nel male, è un quadretto che si ripete ovunque, per dire che è un fenomeno di massa. Il cellulare, che è tutto tranne un telefono utile per comunicare tempestivamente, si succhia la materia grigia di gran parte dei suoi possessori, molto più e molto peggio dello schermo televisivo, portato ad esempio, fino a qualche tempo fa, come sfascia famiglie, causa di un'alienazione che non ha niente a che vedere con quella dei capolavori di Antonioni e, meno che meno, con quella da lavoro di Marx. Dico questo con la convinzione, per altra condivisa da molte persone più autorevoli di me, che non ci si può fare niente. Magari, come raccontava Umberto Eco, qualche numero fa, nella sua rubrica dell'Espresso "La bustina di minerva", si può cercare una piccola rivincita dando una bella caracca alla signora con cellulare attaccato all'orecchio, incurante del prossimo, per far volare a terra il suo apparecchietto. Mi viene da sorridere al pensiero di riproporre la classica tavolata di famiglia per il cenone o il pranzo di Natale di qualche decennio fa dove l'egoismo, l'incomunicabilità si limitava al rumoroso sorbire a testa in giù dal cucchiaio il brillante di brodo di cappone o nel deliziarsi dei fritti caldi caldi. Ora, sicuramente, fra un messaggino e l'altro, fra una rivista delle ultime notizie e una chiamata, si fredderebbe tutto, come i discorsi fra persone, i commenti, i racconti, le storie, relegati ad appendice, a volte fastidiosa, quando chi ha qualche anno in più, prova timidamente a forzare la mano, a cercare di far staccare gli occhi e la menti da sms e via discorrendo. Ormai è un'abitudine, direi un modo di vita, che si accompagna alla superficialità del tempo: alla forma più importante della sostanza. Ma, attenzione, cellulare o no, siamo tutti complici dell'abitudine e della disattenzione. Quante volte è capitato di scoprire, magari dopo anni, un balcone con bellissimi gerani al terzo piano del palazzo all'angolo della tua strada che percorri sistematicamente a testa bassa? È quello che, più o meno consapevolmente, fanno gli abitatori della Piccola Città. Tirano avanti a passo veloce e non si accorgono di come si sta disgregando il loro piccolo mondo circostante. Capita, è capitato anche a me. Qualche giorno fa, dopo l'ennesima mattinata passata a leggere e fotografare alcuni documenti all'archivio storico comunale di piazza Calamatta con la gradevole compagnia degli impagabili Sandro e Guglielmo, mi è venuto in mente di far funzionare la mia minuscola macchina fotografica digitale per alcuni documenti dei giorni nostri: alcuni scorci della Piccola Città da utilizzare per la nuova serie di Cartoline che torna domani sera, da calendario lunedì 30, prima del TRC Giornale. Nessuno spirito polemico e, tanto meno, niente vetriolo, per dirla con l'amico Maurizio che mi ha ospitato nel suo salottino di "Parliamone fra noi". Ho iniziato a scattare all'interno del cortile del vecchio ospedale, una quinta che mi ha accompagnato nella mia infanzia, quando abitavo al n. 10 di piazza d'Arme o Calamatta. Poi, tornando a casa a passo spedito, ogni tanto mi sono fermato a fotografare: la salita della Morte, una sbirciata a piazza Leandra, il ritorno a piazza san Giovanni, le carcerette e il mercato, fino alla Baccelli. Tante tappe in un gioco estremamente facile. Il mio pacchetto di sigarette, la mia macchinetta digitale fa tutto da sola, in qualsiasi condizione, e si può controllare al momento il risultato di quello che hai appena inquadrato e fotografato. Altro che le pesantissime reflex con il problema assillante dei tempi d'esposizione e dell'apertura del diaframma con il rollino che finivano subito! Che spasso, che semplicità! Che c'entra con questo l'abitudine? C'entra e ce cape, come dicevano i vecchi, perché quando, dopo pranzo, ho scaricato la minuscola scheda sul mio Mac e ho potuto rivedere attentamente le foto che avevo fatto qualche ora prima, si è un po' spento l'entusiasmo fanciullesco per il reportage improvvisato. È comparsa sullo schermo una città brutta e sciatta, un mondo degradato come si vede nei reportage sui paesi del terzo mondo o del meridione, lontano da noi e, che invece, è tutto nostro. Un bel pugno in pieno viso, una ferita dolorosa: verrebbe voglia di prendere armi e bagagli, fuggirsene lontano.

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