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La Piccola Città: pizza e fichi

piccola cittaAnche se manca più di un mese al santo natale è iniziata la rincorsa consumistica di cui, sembra, non si possa e debba fare a meno. Così, mentre ci crogioliamo in questa tenera primavera col mare bello come non mai, nei supermercati e magastore sono comparsi i babbi natale in tutte le dimensioni, le palle e palline, gli gnam gnam che arricchiscono il palato di sapori gradevoli.

Dalla Turchia, dalla Grecia, un po' meno dalla Calabria con o senza nocciole, noci, mandorle arrivano puntuali, con i datteri, le confezioni dei fichi secchi. È il loro momento di gloria, di rinascita, dopo una lunga assenza dagli scaffali, una partecipazione a grande richiesta alla festa delle feste. Eppure i fichi secchi hanno una storia diversa, meno prestigiosa, anche se non meno meritoria: quella di aver sfamato intere generazioni negli anni della miseria, dal nord al sud del bel paese. Qualche fico secco in bocca che dava energia, un po' di gusto e allontanava i morsi della fame nelle vaste pianure polesane, come mi raccontavano i veci con un fiatenin, un po' di polenta bianca. Fichi secchi anche le nostre genti. Non a caso, il detto romanesco pizza e fichi ha il chiaro significato di indicare poco e niente di meglio. E a pizza e fichi, e peggio, a qualche fico rinseccolito, è ridotta la Piccola Città: lo confermano i dati a dir poco allarmanti sulla disoccupazione, registrati da un'inchiesta del TRC Giornale, che fanno impallidire quelli regionali e nazionali. È come se l'orologio del tempo avesse spostato le lancette a cinquant'anni fa, nel periodo della ricostruzione, quando altri dati della Camera di Commercio di Roma definivano Civitavecchia la città più povera della provincia di Roma. Poi, richieste a gran voce, arrivarono le due nuove centrali, i depositi costieri, i traghetti delle FS, il boom turistico verso la Sardegna con la moltiplicazione delle navi della Tirrenia; insomma, per alcuni anni si respirò la tiepida aria del benessere, con la città invasa dai trasfertisti, dai marittimi, dai militari delle caserme. Una pagina chiusa definitivamente dopo dismissioni, chiusure seguite a lente, tormentate agonie con la schiera dei pensionati cresciuta a dismisura e senza nuove strade per l'occupazione. Il mio è un quadro sommario, perché non sono un economista e neppure un sociologo, ma credo che siamo lì. E, magari, ora passeggiamo negli spazi sconfinati, e poco o nulla curati, della marina, dove sferragliavano i merci e il treno sardo; il vecchio porto è un suggestivo specchio d'acqua dove si riflette la sagoma del forte; al posto di Fiumaretta le meteore dicono sorgerà un albergo a cinque stelle con i cinque sensi dei malcapitati clienti stimolati dai benefici fumi delle navi, dalla puzza del vicino depuratore e dal rumore dell'Aurelia e relativo cavalcavia. Ma non c'è più la ciccia, la sostanza. I dati per me, e credo per gli abitanti più attenti della Piccola Città, sono una conferma di una frana inarrestabile che si percepisce nel quotidiano: affittasi, vendesi con cartelli ormai usurati dal tempo, attività chiuse, il mercato con i parcheggi che non si riempiono più neppure il mercoledì, proprietari e commesse sulla porta dei negozi a fumare nervosamente l'ennesima sigaretta. "Affittasi" è il cartello che compare nella bell'edicola che fu, alla madonnina. Quello che chiude la bocca dello stomaco è l'inerzia, l'incapacità, la squallida presunzione di chi crede di risolvere una situazione d'emergenza con il verbo coniugato sempre al futuro: quale, quando, come? Di chi indossa la parannanza e si bea del concorso per la grande illuminazione delle feste. Evitate questa farsa: meglio il lugubre buio delle serate in via Cencelle, le mezze luci che nascondono monnezza, torrenti d'acqua, buche e incuria dovunque. Per dire che la perdita d'acqua qui segnalata qualche numero fa fra viale Baccelli e via Bruzzesi è un fiumicello, per dire che l'impoverimento si tocca con mano in pieno centro: l'avete vista come è ridotta la Galleria Garibaldi, desolazione, ruggine, insegne cadenti? Non è periferia, è centro centro. E la zona del Ghetto, buona solo per i parcheggi selvaggi, con alcuni palazzi che sembrano bombardati e i calcinacci in mezzo alla strada. La storia del siluramento vaticano all'improvvido sindaco Marino è nota e giostrata ad arte da certi gazzettieri: ma qui, nella Piccola Città chi manda, finalmente, un commissario, un gruppo capace di evitare la catastrofe, di chiudere questo nuovo periodo feudale col castello di Molo Vespucci, vassalli valvassori e valvassini e la gran parte della popolazione serva della gleba? Se i soliti gazzettieri si gonfiano il petto coi primati del porto, i frutti di queste raccolte, a parte la mancetta, il pezzo di carne gettato al giullare d'occasione, dove finiscono? Andiamo avanti con la letterina spocchiosa a Zingaretti? Con le parate ai convegni? E, soprattutto, al popolo della atavica abitudine del no vanno bene pizza e fichi e questa miseria a cui lo hanno ridotto gli astri sempre più meteore vaganti?

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