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La Piccola Città: camerieri

Confesso che, quando mi capita in famiglia di andare a mangiare fuori, oltre al gusto che mi lasciano in bocca le pietanze, guardo molto all'insieme: il posto, la veduta, i tovaglioli e le tovaglie candide, il servizio, e i camerieri. Mi è capitato di non andare più a mangiare, magari bene, dove chi ti serve a tavola è scomposto, ti tira letteralmente i piatti sul tavolo, non è affatto gentile. Potrei stilare una graduatoria personale, privilegiando alcuni ristoranti in cui, almeno per me, cameriere e camerieri meritano la lode, ma non è il caso qui di fare nomi.

Semmai potrei ricordare i mitici camerieri di Esterina, veloci come il vento fra decine di commensali, sempre con il sorriso e la battuta pronta, e con il miglior risotto alla pescatora di questo mondo. Nella galassia a cinque stelle, non potendo per chiari limiti genetici costruire niente al di fuori dello sproloquio e dell'insulto, si sono inventati i camerieri. Una scelta che rischia di penalizzare l'intera categoria, perché i seguaci del comicastro, anche in questo caso, non sono all'altezza. Ma loro dal comico in giù recitano la pantomima sicuri del codazzo di gazzettieri che si precipitano con telecamere e microfoni per registrare e mostrare al mondo il miracolo: l'onorevole che serve la pizza, lo stesso guru che si destreggia fra i tavoli di un ristorante. E gli inviati del nulla scodinzolano da matti con domande oltre l'idiozia, come se si trovassero di fronte all'invenzione della radio, alla scoperta di un nuovo vaccino. Questo sì che ci vorrebbe: contro chi non si perde una battuta a mezza bocca, magari un ruttino, un peto spontaneo dei paladini con la felpa (ultimamente un po' in calo), delle meteore care alla Littizzetto per assonanza a qualcosa di poco piacevole da nominare. Contro chi, magari, è smiracolato dai servitori col piatto in mano dei diversi a cinquestelle non sapendo che già mezzo secolo fa c'era, ed è rimasta, la fratellanza del servire in tavola alle feste dell'unità con altro spirito, con altro spessore morale, e senza mettersi in posa di fronte ai fotografi compiacenti. Nessun fine propagandistico, perché lì c'era la sostanza, come nella distribuzione casa per casa del giornale, le feste popolari, le ripetizioni gratis, la distribuzione dei libri, e non c'era bisogno della squallida apparenza spettacolare che ci viene propinata a ogni tg. Camerieri dunque, la nuova scelta strategica anche nella Piccola Città dove vedo in parannanza personaggi eccellenti in bella posa per una cena a scopo di lucro. Sindaco con sorrisino cinese e altri per qualche forchettata e un po' di vile denaro per mettere insieme l'alberello di natale e quattro lampadine colorate. Un successo, manco a dirlo, per i soliti gazzettieri, ma ancora non sufficiente: l'abete finto magari c'è, mancano ancora le palle e il pungiglione. E quindi, al lavoro, per una pizzata, due spaghetti e un quartino di vino della casa! Dopo la mancetta del fronte del porto, l'elemosina dei cosidetti sponsor ai quali, sono convinto, siano state richieste le analisi complete del sangue, l'albero geneaologico, il numero di scarpe e le diottrie, per evitare le allegre tavolate con mafia capitale e dintorni, consuetudine del nemico numero uno. Al punto che, so di alcuni amici, che si mettono a tavola solo se conoscono tutti gli altri commensali, per evitare infiltrazioni malavitose fra un triangolo di capricciosa e un sorso di birra alla spina. Ma va bene così. Che altro fare se non spostare l'attenzione dai mali quotidiani della Piccola Città? Alcuni simpatici scopini, incrociati stamattina lungo il mio viale, mentre andavo a comprare il pane, mi fanno notare come con tutta la loro buona volontà dovrebbero spalare centinaia di foglie con una scopetta di plastica e relativo raccoglitore e, se gli va bene, gettarle in qualche scatolone di cartone. Servizio completo, anche in questo caso, all'insegna dell'ambiente e della pulizia, strombazzato dal movimentismo a cinquestelle e dall'assessore-chil'havisto? che avrebbe dovuto annunciare almeno la stampa di qualche foglietto illustrativo per la raccolta porta a porta, ma dà segni di vita solo per un rauco ruggito contro l'ente elettrico. E questo mi porta alla convinzione che, da piccolo, debba aver messo le dita in una presa e aver beccato una bella scossa, subendo uno shock fino all'ossessione contro fili e lampadine e chi gli fornisce la materia prima. Per rimuovere questo serio problema esistenziale, almeno per qualche giorno, mi permetto di consigliargli: faccia qualcosa di verde, di ambientalistico e dintorni. Sbaracchi la tendopoli del fronte del porto al largo cosidetto della pace e, come dicono le norme dell'agraria, vi porti al pascolo greggi di pecorelle e caprette festanti per la produzione di ricotte e pecorini, faccia installare quella rivendita casearia, sbaraccata dal mostro autostradale contro il quale si è tanto speso. Sarebbe un bel segnale. Farebbe tutti contenti, anche i crocieristi incantati dall'atmosfera bucolica e primitiva del lieto belare.

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