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La Piccola Città: i privilegi

Un enfantillage, un sogno ad occhi aperti un po' puerile, una bizzarria: così i critici più severi bollarono e continuano a ritenere "Les privileges", "I privilegi" di Stendhal, scritti di getto nella notte del 10 aprile 1840, nel periodo in cui faceva la spola fra Roma e la sede del suo consolato, Civitavecchia. Un libricino, che vi segnalo nell'edizione Sellerio a cura di Giuseppe Scaraffia con testo a fronte, che contiene in ventitre articoli le richieste dello scrittore a un God, un dio volutamente inglese e quindi estraneo.

Ma, attenzione, la diversità, la genialità stendhaliana, anche in questo caso, si segnala fuori dal coro: i privilegi che chiede non sono la fiera dei sogni e dei desideri che si trova nella favolistica di tutti i tempi. Non c'è la richiesta di forzieri d'oro, di fama e successo, di bellissime donne che portano inevitabilmente a una sazietà senza gusto, senza sfide e, soprattutto, senza piacere. Le grandi ricchezze sono difficili da amministrare, meglio un napoleone in tasca ogni mattina e quarantamila franchi nella moneta del paese in cui si vive. E, ancora, meglio un'amica tenera e devota che le sdolcinatezze alla Eloisa e Abelardo. E poi la richiesta di un buon pasto, ma senza esagerazioni, bei capelli, denti eccellenti...odore soave e leggero, abiti di buona fattura come quelli che si portano per la terza volta. Lascio alla lettura completa il gusto dell'espressione dell'egotismo di Stendhal che, nei ventitre articoli all'apparenza frutto di un gioco, manifesta una critica radicale al nostro affannarci nella ricerca del piacere attraverso il consumismo più sfrenato. Che c'entrano questi Privilegi con La Piccola Città inaridita e asmatica sotto i colpi del caldo-umido insopportabile (che Stendhal sapientemente rifuggiva spostandosi sui colli Albani)? Il riferimento mi è venuto spontaneo perchè di questi tempi i suoi abitanti hanno stilato, magari solo nelle loro menti, un breve elenco di desideri, di piccoli privilegi che vorrebbero avere nella loro vita di tutti i giorni. Certo, a leggerli, a sentirli elencare, il console scrittore avrebbe la conferma che, a distanza di più di un secolo e mezzo, Civita-Vecchia è rimasta quella delle sue passeggiate alla calata e dei convegni nel retrobottega di Donato Bucci: senz'acqua e con l'acqua cattiva, sporca, povera e senza nessun vantaggio dal traffico convulso dei battelli a vapore (ora navi da crociera). I privilegi per gli abitanti della Piccola Città negli Anni Duemila, nel 2015, sono molto meno numerosi e, sicuramente, non hanno la pretesa della genialità di Stendhal e neppure quella delle favole belle: da Aladino in giù. Al primo posto c'è sicuramente l'acqua che manca. Che si apra dunque il rubinetto per veder sgorgare un bel getto per lavarsi la faccia e, soprattutto si ascolti l'allegro mormorio della cassetta del gabinetto per avere più di una cascatella che ripulisca la tazza dei residui corporei che con il secchio s'impuntano caparbiamente e non vanno proprio giù, nel più deprimente degli spettacoli intimi e inconfessabili. Un altro privilegio è la pulizia. Che si vada con le proprie immondizie, ben suddivise verso l'isola felice e pulita dei cassonetti integri e odorosi per gettare i rifiuti, la carta, la plastica e il vetro come si deve, tralasciando di credere alla favola ballistica dell'assessore che innaffia con le bottiglie di plastica e promette una raccolta differenziata che neppure la lampada di Aladino riuscirebbe a far comparire. E poi, un altro modesto privilegio, andare in bicicletta, in moto, magari anche in macchina e non spezzarsi la schiena nel percorso di guerra delle buche che chiazzano tutte le strade per di più invase dalle erbacce e, in alcuni casi, dagli alberelli spontanei. Il desiderio è scorrere su un bel manto stradale liscio, compatto e pulito come quelli che, in questi giorni, si vedono nei paesi e nelle città che attraversa la Grand Boucle, il Tour de France. Non sono dunque privilegi e neppure richieste impossibili al nostro buon god, santi vari e beati in paradiso. Fra questi c'è la richiesta di un mercato più decoroso, più accattivante, senza le orrende tettoie sul punto di caderti sulla testa o far precipitare un po' della monnezza che accumulano in gran quantità. Non sto qui a riportare la richiesta più pressante, il privilegio di un lavoro, perché è alla base della vita di ogni comunità: fa girare i soldi, produce nuovo lavoro, dà equilibrio e benessere. Ma qui, nel feudo che è diventata la Piccola Città, il cerchio magico per la spartizione della ciccia è chiaro e evidente a tutti, senza allontanarsi dalla classica gerarchia delle parentele anche in quest'epoca del cosiddetto rivolgimento stellare. E allora torno volentieri alla bizzarria dei Privilegi e a Stendhal per chiedere al God insieme a molti cittadini la soddisfazione di poter uccidere (tranquilli, è solo una citazione) questi nemici dell'equità, con parsimonia, non più di dieci all'anno, e solo quelli ai quali non si è mai (o quasi mai) rivolto la parola. Ma è solo letteratura.

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