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La Piccola Città: le bersagliere

In questo fine settimana a dir poco appiccicoso e uggioso uno spiraglio del sole di qualche giorno fa torna a risplendere con le piume dei bersaglieri. La proverbiale allegria ritmata dalle fanfare allontana per un po' la pesante cappa di denunce e sospetti che domina la Piccola Città. Niente a che vedere con l'allegra nuvoletta con pioggia del ragionier Fantozzi.

Qui tutto è più serio, e la percezione del tragicomico copione che si recita da tempo rimane patrimonio intellettuale soltanto delle persone ragionevoli. Al punto che le cronache riportano un intervento ufficiale del Procuratore della Repubblica che dice in parole povere: "Lasciateci lavorare", più che infastidito dal continuo richiamo ai roghi, alle manette della santa inquisizione locale. Se fosse ripristinata la tortura, dopo aver vinto un bel ricorso al Tar, al Consiglio di Stato e compagnia cantando, con l'uso di qualche tratto di corda, gli scalpitanti inquisitori troverebbero l'anello mancante fra qualche esponente politico di queste parti, per altro ben individuato nella loro lista dei desideri, e la vicenda di Mafia Capitale. Voi direte, giustamente, e le bersagliere? Il riferimento mi viene dalla cronaca di questi giorni, dal clamore suscitato da un caso che, leggo nei notiziari, potrebbe finire in tribunale. La favola bella racconta che, proprio mentre è tornato a scorrere nei lavandini il bene prezioso chiamato acqua, e mentre si assiste alla riproposizione del gioco delle tre carte sulle terme iniziato nel dopoguerra, la favola bella racconta di quello che anche il più severo dei confessori archivierebbe come peccatuccio veniale. Galeotto un biglietto del bus non pagato. Che c'è di male? Succede. Succede di avere il bisogno impellente di salire sul mezzo pubblico, come di imboccare la porta del primo bagno che capita, di cercare un distributore di sigarette o di acqua minerale. Il guaio è che non basta la monetina. L'altro guaio è, direi, l'aver trovato sulla propria strada, è proprio il caso di dirlo, il controllore con multa alla mano. E qui vorrei spendere due parole di sincera solidarietà nei confronti della persona contravvenzionata, è il termine tecnico che si usa per l'occasione, perché in anni di bus a Roma e di treni locali solo raramente ho visto come è fatto un controllore. E mi chiedo anche come una persona così conosciuta non abbia trovato uno straccio di compiacente automobilista per un breve strappo. Ma quello che ha guastato la favola bella è che la Cenerentola ha scordato la multa in un giacchetto e non l'ha pagata. Succede. Che male c'è? Paga e ripara la dimenticanza. Ma le cronache pongono l'accento sul fatto che la Cenerentola è di quelli integerrimi, che fanno le pulci, che si sentono diversi e migliori. E quindi è stata presa con il sorcio in bocca, magari con uno dei topolini della carrozza che l'ha portata al gran ballo. È subito partita la fanfara delle bersagliere, si è messo in moto il magma dei social, sembra fino agli insulti e alle parole grosse. Dico sembra: le mie sono informazioni che prendo dai notiziari perché, senza scomodare Umberto Eco, mi sono sempre ben guardato dall'entrare in questo vasto mondo che non mi appartiene. "Imbecilli che se avessero parlato in un bar sarebbero stati zittiti" ha detto Eco, io direi non tutti, ma una buona parte. Così come quelli che vivono con il cellulare attaccato all'orecchio, spesso e volentieri guidando con una sola mano, e sparano c...... in continuazione. Il biglietto del bus è diventato l'occasione per "confrontarsi" attraverso gli strumenti del social con il risultato che gli squilli di tromba delle fanfare delle bersagliere hanno superato il limite. Non sarà questa favola bella e tante altre vicende che bloccheranno le dita sulle tastiere, che correggeranno qualcuno che scrive il lago D'Orte anziché d'Orta e, nel caso di Stendhal, lo strafalcione che è stato console di Francia a Civitavecchia dal 1831 al 1836, regolarmente riportato da alcuni gazzettieri. Gli imbecilli, gli ignoranti ci sono e ci sono sempre stati, così come ci sono sempre state le bersagliere, ma quelle vere che combattevano in prima linea per l'onore di qualche figlio "menato" da un coetaneo, per far tacere la radio a tutto volume di una vicina amante degli stornelli, per reclamare l'acqua rubata con il motorino dalla signora del piano di sopra. Tutto si risolveva nelle spettacolari piazzate, colorite di parole grosse rivolte alle reciproche radici familiari. Per noi spettatori, sgomitanti e nascosti dietro le persiane era un reality prima che inventassero quelli fasulli delle televisioni. Qualche volta le bersagliere, trattenute a stento, riuscivano ad afferrare qualche ciocca dell'avversaria. Ma tutto finiva lì. Si promettevano nuove puntate del reality, ma tornava la pace; per noi la delusione nel ritornare sui libri e alle faccende quotidiane. Molto più vero e social guardarsi in faccia e dirsene quattro senza avere davanti lo schermo del computer dove è consuetudine tirare il sasso e inguattare la mano.

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