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La Piccola Città: ieri e oggi

Un'oretta di sole terapeutico e un rapido passaggio in centro in macchina per un servizio. Due momenti differenti di una mattinata estiva che si congiungono sulla tastiera del Mac nell'appuntamento con la Piccola Città. E, dunque, la piazzetta Verdi delle suore, il breve tragitto verso il mare e la discesa attraverso la bella struttura in legno (che fu) fino al minuscolo arenile, al piccolo molo da cui scorgo la Villa dei Principi (che fu).

Inutile esprimere in questo, e in molti altri casi simili, l'amarezza e la rabbia di toccare con mano (è proprio il caso di dirlo) il vandalismo e l'abbandono di un gioiellino, durato poche settimane: una transenna rotta che copre la mancanza di una parte delle assi di legno della balconata da cui si gode il bel panorama del mare, fino a perdita d'occhio, e tutto il resto destinato ad una fine annunciata con il contorno di erbacce e sterpaglie che rendono difficile la discesa. Poche persone che prendono il sole, appartate, in silenzio, e l'azzurro fino all'orizzonte che infonde un senso di pace e di tranquillità. Mentre mi abbandono al calore del sole con i piedi nell'acqua trasparente, mi arriva il primo segnale. È proprio qui davanti a me, a pochi passi che i giovani delle famiglie Aldobrandini Odescalchi, discesi dalla loro villa, la Villa dei Principi, allora circondata da un parco, facevano il bagno, giocavano fra gli scogli, lavavano gli asinelli. Civitavecchia, fine Ottocento, le foto dell'album che ho proposto nelle Cartoline di TRC. È proprio davanti a me che il giovane Carlo Toti con la sua cinepresa Pathè ha girato alcune scene dei due film degli Anni Trenta del Novecento, recuperati e riproposti da Album grazie alla grande disponibilità della sua famiglia. Ieri e oggi. Quasi un sogno a occhi aperti, un flash, un segnale arrivato in automatismo al cervello. Ieri e oggi. Io, noi, con i costumi succinti, le creme solari, e loro con i camicioni neri, le cuffiette di tela nelle immagini ingiallite delle foto dell'album e traballanti del cinema. Che cosa è rimasto? La Villa, gli scogli, il mare. Sono gli stessi. Non è questo il luogo per avventurarsi in una riflessione sul tempo che scorre e porta via, e non è neppure il caso di addentrarsi nella perigliosa strada della denuncia del degrado, fin troppo battuta e, credo, senza alcun costrutto serio. Ma il flash della prima mattinata scatta di nuovo, poco dopo in macchina, lungo corso Marconi che, da qualche tempo, presenta la novità della transumanza carovaniera con trolley dei crocieristi. Tanti, in fila indiana che con passo veloce si avviano alla stazione. Mentre li osservo mi viene in mente il lavoro che sto terminando sulla Prima Strada, Corso Umberto I, e mi compaiono le poche foto di una realtà rievocata con grande nostalgia. Mi viene da sorridere pensando a come sarebbe oggi quel mondo se fosse passato incolume attraverso la guerra e i bombardamenti. Così immagino i crocieristi incolonnati, muro muro, lungo la strettoia del budello, attenti a evitare lo scontro con altre persone, perché sicuramente la via principale della Piccola Città sarebbe ora una via pedonale e ci sarebbe una bella tangenziale a monte per il traffico dei nostri giorni. O forse no. Perché, magari, pigrizia e superficialità avrebbero creato ostacoli insormontabili e ci si sarebbe dovuti accontentare di un senso unico nel corso principale. Un gioco di fantasia, niente più. Un esercizio che mi fa riflettere sul continuo ricorso a paragoni improbabili, all'alibi ricorrente di chi guarda con nostalgia al passato e, invece, dovrebbe fare i conti con il presente. "Un altro mondo, un'altra realtà", dice con schiettezza uno dei miei "giovani" ospiti dell'Album dedicato alla Prima Strada, ricordando la miriade di minuscoli negozi e attività commerciali poco illuminati, di abitazioni fitte come formicai. Meglio dunque il corso che ci troviamo, largo e spazioso, con le ampie e rilucenti vetrine, ben riparato quando piove, e le case con gli ascensori, il riscaldamento, i bagni e l'acqua calda, il frigorifero, la lavatrice, il televisore, e i surgelati. Altro è il sentimento del passato, dell'infanzia, della gioventù, e il volersi rifugiare innocentemente in un mondo che non può esserci più, del quale la sapiente arte della memoria ha rimosso le scorie e ha mantenuto vivi i momenti più belli. Questo sentire per non pochi cittadini della Piccola Città è diventato un vizio, un modo per non affrontare con serietà il presente, riandando sistematicamente indietro e vagheggiando quello che non c'era e che non può più esserci. E diventa un inutile esercizio ricordare magari il Pirgo e il Grand Hotel delle Terme di un tempo, perché non ci sono più e perché al di là delle fantasticherie avevano ai tempi le loro belle pecche, così come quando si parla della pulizia delle strade e della cura per il verde. Sempre carente, anche quando c'erano gli scopini con le lunghe ramazze, i giardinieri con l'innaffiatoio, i vigili urbani, "le guardie", in giro per il giardinetto del Pincio a sgridare i bambini con il pallone.

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