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La Piccola Città: la Marina

Sfogliando con l'amico Francesco Cristini le pagine della cronaca locale di cinquantacinque anni fa mi sono fermato a guardare, non senza emozione, la foto puntinata e sgranata di un gruppo di bagnanti alla Marina. Un ricordo vivo per quel mozzico di spiaggetta granulosa e ripida, fra la piscina, racchiusa nel suo guscio esclusivo, e l'antemurale con le gru in movimento e le canne dei pescatori in continua altalena.

La spiaggia libera, del popolo, delle famiglie che, magari soltanto la domenica con la linea A raggiungevano il piccolo lido di Caravani, dopo il cimitero e prima che ci pensasse la Clasa coi depositi costieri a spazzare via tutto. Alla Marina ci arrivavi a piedi, da casa, facendo una grande attenzione ai treni merci che sferragliavano facendo manovra lungo il fascio di binari che divideva il viale dal lungomare. Grande attenzione e piccole corse, fra le traversine, con il premio di raggiungere l'arenarella e sfiancarsi fino al ritorno, di malavoglia, sul marciapiede rovente, senza un filo d'ombra, e con una lunga camminata che ti portava davanti allo spiazzo dove c'era stato il Grand'Hotel e poi nelle viuzze del ghetto, fino al mercato. La Marina, quella Marina non c'è più. E, in questo caso, non è stata la guerra, i bombardamenti, le bombe a cancellare quel piccolo tratto di spiaggia. È stata la svolta epocale che ha cambiato, in meglio, il lungomare della Piccola Città. Come con la gomma nel disegno ornato, è stato cancellato lo stretto budello che portava al Pirgo, fino alla ghiacciaia; è stato ridisegnato il Pirgo, sono stati eliminati i binari, è stato costruito un lungomare da fare invidia. Da far rimanere increduli quei forestieri che sono tornati nella Piccola Città dopo qualche anno e si sono stropicciati gli occhi nell'ammirare il cambiamento, i tratti di matita sul disegno ornato, dopo le cancellature. Un bel colpo d'occhio. Nessun rimpianto per il coppetto a caccia di grancetti, per il secchiello di ferro con l'acqua di mare riversata nella buchetta. Un lungomare importante con la moderna struttura del Pirgo che fa da contraltare all'imponenza del Forte. La Marina, da spiaggetta a waterfront, rappresenta vizi e virtù della Piccola Città, successi e sconfitte. La liberazione dai binari, dai treni merci, dal sardo che quattro volte al giorno si fermava all'altezza del bar Quaranta, ha significato anche la moria dei ferrovieri. E poi le mutevoli amministrazioni comunali con la smania di cancellare quello che era stato costruito dai predecessori hanno finito per farne un'incompiuta. Del progetto iniziale, che prevedeva un parcheggio sotterraneo, sovrastato da una grande terrazza che dal viale raggiungeva il mare, se ne è persa ogni traccia. In compenso, al cambio di amministrazione comunale il waterfront tideiano è diventata la Marina desiana con tanto di architetto Fuksas a rimorchio, poi è arrivato il tiro alla fune moscheriniano dei negozi che lì non ci potevano stare. Tutto questo mentre il mare continua a mangiarsi l'arenarella e tutto quello che è stato costruito per ingabbiarla in qualche modo. In questi giorni di mareggiate e di cavalloni alti come palazzi il mare ha continuato la sua opera con onestà. Che fare? Perché non si interviene per evitare che anche questa bellezza venga deturpata definitivamente? La ricetta è semplice, e antica, basterebbe non ostinarsi a metterci una pezza con qualche camion di sabbia e costruire un molo, una grande piattaforma lungo tutto il tratto a mare che fungerebbe da frangiflutti e da solarium nel periodo estivo. Una colata di cemento che fa storcere la bocca a quelli del no, ma che sarebbe l'unica scelta razionale, moderna, che non altererebbe il paesaggio e salverebbe la Marina. E per i negozi che non si potevano costruire, prenderei a prestito la saggia idea di altri, espressa all'epoca delle accuse e contro accuse, per suggerire di spostarci l'orribile fatiscente transennata galleria Garibaldi. Un pugno negli occhi che contrasta con la bellissima, unica area del Forte, con i condizionatori penzoloni, la terrazza inagibile, la scalinata a pezzi. Forse un'utopia, come poteva essere quella di chi sperava che il mostro di cemento del Pirgo fosse spazzato via e che i binari e treni sparissero dalla visuale del viale. Ci vorrebbe una spinta, come quella degli anni novanta, ormai del secolo scorso, per completare l'opera. Ma questi tempi di chiusura di uffici, di buche e di perdite d'acqua, di specchietto retrovisore, di bacchettate, e di nulla, danno poche speranze. Ci si aspetterebbe almeno uno scatto d'orgoglio, come dire: voi siete brutti e cattivi, noi siamo migliori, diversi, più bravi, vi facciamo vedere che cosa siamo capaci di fare! Come si faceva da ragazzini con un po' di sfrontatezza quando ci si tuffava di testa dallo scoglio o si superava una staccionata col filo spinato, sfidando i compagni. Ma il cielo stellato, da tempo ormai, anche nel suo massimo astro, è diventato una nebulosa, una pizza con tanta mozzarella filante e senza sapore.

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