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La Piccola Città: il Pd è vivo

Nella gran parte dei telefilm crime, noir, semplicemente polizieschi non manca mai la scena della sala di rianimazione di un ospedale con familiari, amici e colleghi del poliziotto gravemente ferito che trepidano, al di là del vetro, per la sua vita. Volti tesi, fazzoletti agli occhi, e l'immancabile ottimista che cerca di sollevare il morale, fino a quando la macchinetta che ripete la linea verde sempre piatta, ha un singulto, uno scatto, la linea si innalza, e scatta la felicità. L'eroe, malconcio, ha saputo riprendersi la vita. Questa immagine, esclusivamente televisiva, lontano da me ogni riferimento inopportuno alla realtà, mi è venuta in mente, quando, dopo le raffiche di proiettili elettorali, il Pd della Piccola Città, crollato a terra, spacciato, annichilito, entrato in coma profondo, in questi ultimi giorni ha ridato segni di vita.

"Bisogna dare voce ai cittadini" ha sussurrato il paziente ai suoi fedelissimi. E qui è ricominciata la musica, sono tornati gli stornelli, i giri di valzer, la pizzica e la tarantella con la voglia irrefrenabile, dopo lo scampato pericolo, di farsi del male. Facile dire, ancora imbottito dai farmaci: "dare voce ai cittadini". Ma come? Con chi? Quando? Ai cittadini dalla A alla M o dalla N alla Z? Primarie, Congresso, Tesseramento: è la verità, una e trina, che ha rimesso in moto la festosa macchina da guerra che è stata capace di mettere nel piatto delle Europee e delle Amministrative della Piccola Città qualche tramezzino andato a male e un bicchiere di vino della casa, mentre al buffet di selfie Renzi giravano aragoste e champagne. Così dopo il sospiro di sollievo, il paziente è stato abbandonato alla sua difficile convalescenza. I senatori, i saggi, che dal loro buen retiro dovrebbero guidare i giovani verso "l'auspicato rinnovamento", hanno subito gettato le toghe e si sono rituffati nella mischia. Le primarie? Vediamo, valutiamo, se farle aperte o chiuse o con una fessura da cui si possa sbirciare, senza essere visti. Ma servono poi le primarie? Non c'è il rischio d'infiltrazioni, di manovre poco chiare? Va detto con tutta obiettività che basterebbe la sora Camilla a valutare gli effetti devastanti che le primarie hanno prodotto all'interno del Pd da quando sono state importate dagli States, come fossero hot dog o coca cola. Come minimo hanno portato una jella mostruosa con trionfale passerella del segretario vincitore e regolare, immancabile, batosta elettorale. Nella Piccola Città, che nulla si nega nei primati al negativo, è successo molto di più. Qualche concorrente si è preso i suoi giocarelli ed è andato in un altro cortile. Intanto i giovani alzano la voce, chiedono il rinnovamento, vorrebbero anche loro rottamare un po'; qualche colpetto, tanto per non rimanere troppo indietro al Partito del presidente selfie. Gli oppositori interni, anche loro democratici, gridano al complotto perché vedono il trucco di scuola democristiana del gioco delle tessere e del congresso pilotato. La dirigenza risponde che non è vero: le tessere si possono fare dalle due alle quattro del mattino di ogni domenica sulla terrazza di Torre Europa, dopo l'arrampicata sui vetri, o raggiungendo a nuoto la Frasca tuffandosi dal Pirgo. Dopo un articolato scambio di accuse sulle gazzette telematiche, e non, si è arrivati al compromesso. Le tessere si potranno fare anche il mattino presto ogni giorno dispari della settimana e quando è sereno. Le truppe rumoreggiano, c'è malcontento. Ma è il Congresso la madre di tutte le dispute. Con quali delegati, come, quando, con quali abiti, con o senza cravatta, con quante mozioni. E le quote rosa? E la società civile? E chi sgomita per partecipare alle larghe intese? I giovani, che ormai hanno quasi quarant'anni, rimangono fiduciosi: i cittadini capiscono che il dibattito in corso è un chiaro segno di crescita, di apertura. In verità i cittadini sono impegnati in ben altre quisquiglie, come la crisi nera che non risparmia nessuno, una città impoverita in tutto, degradata, dove perfino lo spostamento di un mercato supera ogni immaginazione dell'assurdo. E poi sanno che il teatrino è sempre lo stesso, il finale è scontato. Tanto rumore per nulla. È un po' come quando al Liceo, nella palazzina di via dei Bastioni, più caserma da legione straniera che scuola, si godeva del ritardo dell'insegnate della prima ora. Noti medici, avvocati di fama, severi insegnanti, funzionari di banca poi, allora si scatenavano. Volavano borse, libri, qualcuno era specializzato nel ricreare i suoni e i rumori della jungla, altri giocavano a carte, veniva ospitato Angelino Er Peloso che abitava nello stesso stabile. Il bidello Nino andava su tutte le furie, minacciava, andava a chiamare rinforzi. E la festa finiva. Il sapere ancora oggi molti canti della Divina Commedia, le Odi del Carducci, il 5 Maggio, i Sepolcri, perfino brani dell'Odissea in Greco è il risultato della punizione che la nostra insegnate d'Italiano impartiva. Era finita la jungla, le carte tornavano sotto il banco, come una copia del proibitissimo Playboy. Così per il Pd. La ricreazione sta per finire. Qualcuno arriverà alla porta, metterà, come sempre, tutti in riga, magari senza assegnare versi a memoria; gli basterà essere acclamato ancora vincitore e di ricandidarsi verso una nuova sconfitta.

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