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Il caso Saladini rischia di riaprirsi. Il medico legale, condannato a due anni e dieci mesi ed alla restituzione di 340.000 euro indebitamente intascati per aver eseguito analisi con dei laboratori intestati a suoi stretti familiari e che in realtà non esistevano se non sulla carta, rischia di tornare nuovamente di fronte alla giustizia locale.
Il caso, come si ricorderà, era scoppiato dopo che l'avvocato Antonio Chiocca, legale della famiglia di Massimiliano Palleschi, aveva trovato delle incongruenze nella relazione svolta dal dottor Gino Saladini relativamente al decesso del giovane, dopo una notte di trambusto al pronto soccorso dell'ospedale San Paolo.
La procura della Repubblica avviò un'indagine e scoprì l'esistenza di questi laboratori fantasma, che Saladini utilizzò centinaia e centinaia di volte. Il sistema era semplice, il medico si faceva pagare a prezzo pieno le analisi che svolgeva per la procura, in realtà le faceva svolgere ad altri laboratori, pagandoli in nero e ovviamente molto meno di quanto glieli pagava la procura. Un “giochetto” che, da quanto è emerso nel processo, Saladini ha utilizzato in ben 408 occasioni, per un guadagno, come detto, di 340.000 euro. Ma la condanna inflitta al medico legale è frutto di un patteggiamento condizionato alla restituzione del denaro.
Ed è proprio questo il punto su cui l'avvocato Antonio Chiocca ha presentato ricorso in cassazione. Secondo il legale infatti, il patteggiamento non può mai essere condizionato, lo dice una sentenza della corte costituzionale. Dunque, se i giudici della cassazione accoglieranno il ricorso, il caso tornerà al tribunale di Civitavecchia che dovrà rivedere interamente il caso.
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